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Citofono interno — scala B

Alle 3:17 un telefono riceve una chiamata impossibile dal citofono interno della scala B. Non arriva dal portone: sembra provenire da dentro casa.

Pubblicato 8 Giugno 2026 13:04 5 minuti di lettura
Citofono interno — scala B

Il messaggio senza notifica

Il primo messaggio arrivò alle 3:17, ma non fece rumore. Nessuna vibrazione lunga sul comodino, nessun suono breve, nessuna anteprima nella barra alta del telefono. Lo schermo si accese da solo, come se qualcuno dall'altra parte avesse appoggiato un dito sul vetro e avesse deciso che Chiara doveva svegliarsi.

Sulla schermata non c'era il nome di un'app. Non c'era un numero, non c'era una chat, non c'era una notifica archiviabile. Solo una riga bianca su fondo nero: Citofono interno — scala B. Sotto, un secondo testo, più piccolo: Non aprire se sei gia entrato.

Chiara abitava nella scala B da quattro mesi. Conosceva il rumore dell'ascensore, i colpi secchi dei tubi quando l'acqua partiva di notte, il cancello che sbatteva anche con poco vento. Il citofono, invece, non aveva mai funzionato bene. Il pulsante esterno era consumato, il microfono gracchiava, e il portiere diceva sempre che prima o poi sarebbe passato qualcuno a sistemarlo. Nessuno passava mai.

Quella notte non suonò il citofono di casa. Suonò il telefono. Ed era questo il particolare che Chiara, nelle ore successive, avrebbe continuato a ripetersi come una prova: il citofono non aveva chiamato l'appartamento, aveva chiamato lei.

La scala B

Il condominio era uno di quei palazzi anni Settanta costruiti con più fretta che cura, lunghi corridoi, pianerottoli bassi, cassette della posta ammaccate e luci temporizzate che si spegnevano sempre mezzo secondo prima del necessario. La scala A dava sulla strada. La scala B, invece, sembrava aggiunta dopo: un corpo interno, più stretto, affacciato su un cortile che prendeva luce solo per pochi minuti al giorno.

Quando Chiara uscì sul pianerottolo, la lampada sopra l'ascensore era già accesa. Non tremolava. Non lampeggiava. Restava ferma, gialla, troppo quieta. Dal vano scale arrivava un odore di polvere calda e plastica vecchia, lo stesso odore che aveva il citofono interno quando qualcuno lo apriva per controllare i fili.

Sul muro, accanto alla porta dell'ascensore, c'era la piccola cornetta grigia che collegava gli appartamenti al portone. Chiara non l'aveva mai usata. Il cavo a spirale pendeva leggermente, come se qualcuno l'avesse rimesso a posto in fretta. Quando si avvicinò, sentì un fruscio basso uscire dalla fessura dell'altoparlante.

Non era una voce. Non ancora. Sembrava più un respiro trattenuto dietro una porta chiusa.

Il secondo avviso

Alle 3:19 lo schermo del telefono si accese di nuovo. Questa volta il messaggio era più breve: Allora non voltarti.

Chiara restò immobile. In quel momento capì che la frase non era un avvertimento generico. Era un'istruzione precisa, riferita al corridoio alle sue spalle. La porta del suo appartamento era socchiusa. Dentro, oltre il taglio buio dell'ingresso, lo specchio appeso vicino al mobile delle chiavi rifletteva una parte del pianerottolo.

Fece quello che avrebbe fatto chiunque: guardò il riflesso, non la cosa vera. All'inizio vide solo se stessa, scalza, con il telefono in mano e la faccia troppo pallida nella luce gialla. Poi vide la porta di casa aprirsi di qualche centimetro in più, senza che la maniglia si muovesse.

Registratore acceso sul pavimento di un corridoio buio vicino a vecchie chiavi

Quando il citofono tace, resta solo la traccia rossa del registratore e il dubbio che qualcuno stia ancora ascoltando.

Dal citofono interno uscì finalmente una voce. Era bassa, compressa, come registrata su un nastro troppo vecchio. Disse il suo nome una sola volta, ma lo pronunciò con una confidenza impossibile: non come qualcuno che la chiamava, ma come qualcuno che la stava correggendo.

La registrazione

La mattina dopo, Chiara provò a convincersi che fosse stato un sogno. Il telefono non mostrava notifiche. Nessuna app aperta, nessun messaggio ricevuto, nessuna attività registrata alle 3:17. Anche il citofono sembrava normale, muto e ingiallito, con la polvere attaccata ai bordi della cornetta.

Per sicurezza lasciò un registratore sul mobile dell'ingresso. Lo fece per tre notti. Le prime due non accadde nulla. La terza, alle 3:17 esatte, il file audio registrò un clic, poi un ronzio elettrico, poi tre secondi di silenzio così pulito da sembrare tagliato via dal resto della stanza.

Subito dopo si sentì la voce di Chiara. Non la voce di quella notte: la sua voce di bambina. Diceva una frase che lei non ricordava di aver mai detto: sono gia entrata.

Chiara portò il file a un tecnico audio, un conoscente che sistemava registrazioni per piccoli studi locali. Lui isolò il rumore di fondo e le disse che sotto la voce ce n'era un'altra. Non più bassa, non più lontana. Solo invertita, come se qualcuno avesse parlato inspirando invece di espirare.

Quando la riprodussero al contrario, la frase diventò chiara: scala B, interno occupato.

Il riflesso nello schermo

Da quel giorno Chiara smise di usare lo specchio dell'ingresso. Lo coprì con un lenzuolo, poi lo tolse dal muro e lo mise in cantina, girato verso la parete. Non servì. Ogni superficie nera iniziò a comportarsi nello stesso modo: il televisore spento, il vetro del forno, lo schermo del telefono quando la stanza era buia.

Nel riflesso vedeva sempre il pianerottolo. Sempre la stessa luce gialla. Sempre la porta dell'appartamento un poco più aperta di quanto fosse davvero. E, sul fondo, la sagoma della cornetta del citofono che pendeva dal muro come qualcosa lasciato fuori posto apposta.

Una sera trovò nella cronologia del telefono una chiamata impossibile. Durata: quattro minuti e dodici secondi. Numero: interno scala B. Orario: 3:17. Il telefono sosteneva che fosse stata lei a chiamare.

Non richiamò. Non scese a controllare. Non chiese più al portiere quando avrebbero sistemato l'impianto. Fece una cosa più semplice: iniziò a dormire con il telefono spento e la batteria rimossa da un vecchio apparecchio che teneva nel cassetto. Ma il lunedì successivo, alle 3:17, lo schermo si accese lo stesso.

Questa volta non comparve nessun testo. Solo l'icona verde di una chiamata in arrivo. Sotto, una dicitura che non avrebbe dovuto esistere: interno gia connesso.

Il citofono in fondo al corridoio squillò una volta. Poi una seconda. Alla terza, Chiara sentì la propria voce rispondere dall'altra parte della porta di casa.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.