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Il livestream dalla Domus Aurea

Una diretta notturna nella Domus Aurea trasforma l’anniversario del Grande Incendio di Roma in un appello impossibile tra fumo, chat in latino e spettatori che non riescono più a uscire.

Pubblicato 18 Luglio 2026 13:06 7 minuti di lettura
Il livestream dalla Domus Aurea

La prima cosa che si vede nel video non è la Domus Aurea. È il riflesso tremolante di un anello luminoso sulla pietra umida, una ciambella bianca che scivola lungo una parete antica come un occhio senza palpebra. Alle 00:18 del 18 luglio, quando quasi tutti gli spettatori della diretta scrivevano ancora battute sul caldo di Roma e sulla batteria del telefono, LupoAureo entrò nel varco laterale con il microfono agganciato alla felpa e il fiato già troppo corto per sembrare una messinscena.

Il suo vero nome era Luca M., ventisette anni, quasi seicentomila follower e una specialità precisa: entrare dove non avrebbe dovuto, filmare dieci minuti di buio, uscire ridendo prima che arrivasse la sicurezza. Quella notte aveva promesso una diretta diversa, legata all’anniversario del Grande Incendio di Roma, iniziato secondo la tradizione tra il 18 e il 19 luglio del 64 d.C. La domanda, ripetuta nel titolo del livestream, era semplice: “Cosa resta del fuoco sotto la casa di Nerone?”. Nei primi due minuti sembrò soltanto una trovata. Poi comparvero i commenti in latino.

Il varco sotto il colle

Luca aveva studiato abbastanza per sembrare preparato e troppo poco per essere prudente. Raccontò agli spettatori che la Domus Aurea nacque dopo l’incendio, quando la città ferita lasciò spazio alla residenza più discussa dell’imperatore. Lo disse con il tono di chi tiene insieme storia e provocazione per aumentare il tempo di visualizzazione. Dietro di lui, però, il corridoio non collaborava. Ogni passo restituiva un’eco doppia: prima la suola, poi un colpo più basso, più lento, come se qualcuno imitasse il suo ritmo da sotto il pavimento.

Alle 00:23 il contatore segnava 4.812 spettatori. Luca avvicinò la camera a una nicchia annerita e rise, mostrando una moneta falsa che aveva portato da casa per la scenografia. “Se Nerone è in chat, mandi un cuore”, disse. I cuori arrivarono, ma non rossi. Erano quadratini grigi, decine, poi centinaia, come se l’app non riuscisse a caricare l’emoji. Subito dopo apparve il primo messaggio: fumus ascendit. Il profilo non aveva immagine, soltanto un nome composto da tre lettere: XV.

La chat reagì come reagiscono sempre le chat quando qualcosa non torna: con ironia, accuse di fake, richieste di traduzione. Qualcuno scrisse che significava “il fumo sale”. Luca lesse ad alta voce e fece un inchino verso la camera. Proprio allora l’anello luminoso tremò. Non si spense. Tremò come una candela colpita dal vento, anche se il varco alle sue spalle era chiuso e l’aria, fino a quel momento, sembrava ferma. Dal bordo inferiore dell’inquadratura entrò una striscia sottile, grigia, quasi elegante.

La chat comincia a contare

Il fumo non saliva in colonne. Strisciava. Seguiva le fughe tra le lastre, si raccoglieva intorno alle scarpe di Luca e poi si apriva in piccoli vortici, come se cercasse lettere da comporre. Il contatore balzò a 19.064 spettatori senza passare dai numeri intermedi. Luca lo notò e si illuminò in volto prima ancora di spaventarsi. Era il tipo di miracolo che ogni creatore di contenuti aspetta: l’algoritmo che improvvisamente decide di sacrificarti al pubblico giusto.

Il secondo messaggio arrivò da un utente chiamato Subura: aperite tabernas. Aprite le botteghe. Poi un altro: circus ardet. Il circo brucia. Luca smise di tradurre, perché gli spettatori lo facevano più velocemente di lui. Una ragazza scrisse che quelle frasi sembravano legate al racconto antico dell’incendio, ai magazzini presso il Circo Massimo, alle botteghe dove le fiamme avrebbero trovato alimento. Qualcun altro rispose che era impossibile: nessuno aveva impostato un bot così preciso per una diretta entrata online da pochi minuti.

La pietra dietro Luca cambiò colore. Non tutta insieme. Prima una riga scura alla base della parete, poi una chiazza larga come un palmo, infine un alone rossastro che non illuminava ma ricordava di essere stato luce. Il telefono secondario, fissato al gimbal, iniziò a inclinarsi verso sinistra. Luca lo raddrizzò due volte. Alla terza, l’obiettivo inquadrò da solo il fondo del corridoio, dove non c’era più il buio compatto ma una profondità calda, mobile, attraversata da scintille troppo lente.

La stanza del soffitto dorato

Alle 00:31 Luca entrò in una sala più ampia, o almeno così sembrò dalla diretta. Chi conosceva il percorso giurò in seguito che quel vano non avrebbe dovuto trovarsi lì. La volta conservava tracce di decorazione: linee pallide, forme vegetali, macchie d’oro sporco. Il fumo, invece di riempire lo spazio, restava basso e obbediente. Si addensava intorno a tre oggetti posati al centro della sala: una tessera di mosaico nera, un frammento di vetro fuso e una tavoletta cerata spezzata. Nessuno di quei dettagli sembrava scenografico. Erano troppo piccoli per fare spettacolo e troppo precisi per essere casuali.

Luca allungò la mano verso la tavoletta. La chat esplose in una sola frase, ripetuta da profili diversi: noli tangere quod combustum est. Non toccare ciò che è bruciato. Questa volta lui non rise. Disse soltanto: “Ragazzi, chi sta facendo questa roba si è impegnato davvero”. La voce gli uscì più bassa, come se il microfono avesse registrato anche la vergogna. Dietro la camera si sentì un suono secco: non un passo, ma il collasso di qualcosa di leggero e fragile, simile a travi sottili che cedono in una stanza lontana.

Telefono abbandonato su pietra antica con cenere e fumo dentro la Domus AureaNel video, la diretta smette di sembrare una sfida quando gli oggetti a terra iniziano a comportarsi come prove lasciate per essere riconosciute.

Il numero degli spettatori salì ancora: 64.000 esatti. Non 63.999, non 64.001. Sessantaquattromila, fermo come una data. Luca guardò il contatore e poi la parete. A quel punto la diretta mostrò il primo volto. Non comparve davanti a lui, né riflesso in una superficie. Si formò nel fumo, all’altezza delle ginocchia: una bocca aperta, un naso spezzato, occhi senza bianco, subito dissolti. La chat non rise più. Qualcuno scrisse di chiamare i soccorsi. Qualcun altro continuò a tradurre frasi che nessuno ricordava di aver inviato.

Quando il pubblico diventa cenere

Luca provò a uscire dalla sala, ma il corridoio dietro di lui era cambiato. Non era chiuso: era lungo in modo sbagliato. Il segnale restava pieno, la qualità dell’immagine perfetta, il suono pulito. Questa fu la parte che rese il video più difficile da liquidare. Nessuna compressione, nessun blocco, nessun glitch utile a spiegare l’impossibile. La diretta continuava a trasmettere con una nitidezza crudele, come se sotto Roma ci fosse una rete più antica della fibra e più affamata del pubblico.

Alle 00:39 i messaggi in latino smisero di apparire uno alla volta. Diventarono una colonna continua. Tra le frasi ricorrevano parole riconoscibili: fuoco, folla, porte, nomi, colpa. Un utente tradusse quaerite reum: cercate un colpevole. Un altro scrisse che Tacito racconta sospetti, soccorsi, accuse, persecuzioni; che la leggenda di Nerone musicista è più memoria ostile che cronaca certa; che la cosa davvero inquietante dell’incendio non è sapere chi abbia acceso la prima fiamma, ma capire quanto presto una città ferita abbia bisogno di qualcuno da bruciare al posto suo.

Luca lesse quella traduzione e pianse senza accorgersene. Le lacrime gli rigarono la polvere sulle guance. “Io non ho fatto niente”, disse. Era una frase piccola, quasi infantile, e per questo suonò vera. Il fumo si alzò finalmente fino al petto. L’anello luminoso si spense, ma la stanza non diventò buia: il telefono continuò a illuminare tutto con una luce arancione che non veniva dallo schermo. Per un attimo si videro sagome alle sue spalle, molte, immobili, come spettatori in piedi appena fuori dall’inquadratura.

L’ultimo commento

Alle 00:44 il contatore degli spettatori iniziò a scendere. Non calava per abbandoni: ogni numero spariva insieme a un nome nella chat, cancellato da destra a sinistra. Chi guardava da casa raccontò di aver sentito odore di fumo nella propria stanza, anche con le finestre chiuse. Alcuni trovarono sul tavolo una polvere grigia intorno al telefono. Una donna di Prati disse che il suo rilevatore antincendio si attivò proprio mentre Luca sussurrava: “Non è una diretta, è un elenco”.

L’ultimo messaggio arrivò dal profilo XV, lo stesso del principio: spectatores manent. Gli spettatori restano. Luca capì prima degli altri. Guardò l’obiettivo non per chiedere aiuto, ma per contare chi era ancora con lui. Poi la camera cadde. L’inquadratura mostrò la tessera di mosaico, il vetro fuso, la tavoletta cerata. Il fumo passò sopra gli oggetti e li coprì con delicatezza, come una mano che chiude gli occhi a un morto. Quando la diretta terminò, non apparve la schermata dell’app. Apparve per tre secondi una pagina nera con una sola cifra: 64.

Il video fu rimosso entro l’alba, ma non sparì davvero. Continuò a riemergere in copie sempre più degradate, tagliato, rallentato, tradotto, discusso. Nessuna versione conservava gli ultimi tre secondi. Nessuna mostrava Luca uscire. La polizia parlò di accesso abusivo, poi di persona scomparsa, poi smise di commentare. I follower trasformarono la storia in leggenda digitale, ma chi aveva seguito la diretta dall’inizio ricordava il dettaglio peggiore: gli spettatori aumentavano solo quando compariva fumo. Non perché l’algoritmo premiasse la paura. Perché, sotto la Domus Aurea, qualcuno stava ancora facendo l’appello dei presenti.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.