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Il provino trovato a Beachwood Canyon

Una cartella condivisa conserva un provino muto girato sotto Hollywoodland: a ogni download il candidato cambia, ma guarda sempre lo stesso punto fuori campo.

Pubblicato 13 Luglio 2026 13:00 7 minuti di lettura
Il provino trovato a Beachwood Canyon

Il file era comparso alle 03:17 in una cartella condivisa chiamata semplicemente BEACHWOOD_BACKUP, senza proprietario visibile e senza icona di sincronizzazione. Dentro c’erano tre oggetti: un PDF bianco di una sola pagina, una scansione sgranata del versante di Mount Lee e un video muto da undici secondi, nominato provino_13luglio.mov. La data non sembrava casuale: il 13 luglio 1923 il cartello Hollywoodland venne dedicato come pubblicità immobiliare sulle colline di Los Angeles, prima di diventare il simbolo ridotto e mitologico che oggi tutti chiamano Hollywood Sign.

La promessa del video, però, non era storica. Era peggio. Ogni volta che qualcuno scaricava il file, la persona inquadrata cambiava. La collina restava la stessa, con l’ombra enorme delle vecchie lettere sul fondo; restavano uguali anche il vento secco, il bordo nero della pellicola e un battito metallico che non apparteneva a nessun audio, perché la traccia risultava vuota. Cambiava soltanto il candidato: uomini, ragazze, comparse, volti stanchi, tutti seduti su una cassa bassa e tutti intenti a guardare qualcosa fuori campo, alla destra dell’obiettivo.

La cartella che non aveva un proprietario

Lavoravo allora in un piccolo archivio privato di materiali promozionali legati alla Hollywoodland Realty. Non era un posto romantico: scaffali ignifughi, buste di Mylar, ricevute, lettere di agenti immobiliari, mappe con lotti numerati e fotografie ritoccate per far sembrare più vicina la promessa della collina. La cartella condivisa arrivò sulla postazione di revisione, quella senza accesso personale, come se fosse stata trascinata lì da un altro reparto. Chiesi a Mara, che gestiva i permessi. Lei controllò i log e disse una cosa che non mi piacque: il caricamento risultava effettuato dall’utente guest, ma da un indirizzo interno spento da quattro anni.

Il primo provino mostrava una donna sui trent’anni, capelli raccolti con una forcina chiara, cappotto troppo pesante per Los Angeles. Non parlava. Sollevava la mano destra, come per schermarsi gli occhi, poi si bloccava. Alle sue spalle si intuivano le lettere complete, non ancora amputate: HOLLYWOODLAND, bianche, sproporzionate, piantate come una frase che la montagna non aveva scelto. Nei registri dell’archivio non trovammo il suo nome. Trovammo, invece, un’etichetta staccata da un rullo nitrato: “candidati, luce pomeridiana, non usare se guardano la proprietà”.

Undici secondi sotto le lettere

Scaricai una copia per esaminarla offline. Il checksum cambiò mentre lo copiavo. Non dopo, non a trasferimento concluso: durante. Il file si aprì comunque. Questa volta il candidato era un ragazzo con un completo largo, seduto nello stesso punto, con le scarpe coperte di polvere. Aveva un cartellino appuntato alla giacca, ma l’immagine tremava proprio dove avrebbe dovuto esserci il nome. Al secondo sette si vedeva la sua gola muoversi. Stava dicendo qualcosa, ma il video restava muto. Lessi il labiale più volte e mi sembrò una frase assurda: “Non è il ruolo, è il terreno”.

Mara rise quando glielo dissi, ma non volle scaricarlo dal suo computer. Lo aprì in anteprima dal browser. Apparve un uomo anziano con un cappello da elettricista e un metro pieghevole sulle ginocchia. La scena era più scura, come se fosse girata dopo il tramonto, e dietro di lui una delle lettere lampeggiava. Non doveva lampeggiare in un provino muto, eppure il volto dell’uomo si illuminava a intervalli regolari. Al secondo dieci si voltò di scatto verso l’esterno dell’inquadratura. Mara chiuse la finestra senza parlare.

La cosa più concreta, quella che mi impedì di liquidare tutto come uno scherzo digitale, fu il PDF bianco. Stampato, non mostrava nulla. Passato sotto luce radente, rivelava impronte di battitura: una lista di orari, sempre 03:17, sempre associati a download mai autorizzati. Accanto ad alcuni orari c’erano iniziali scritte a matita: M.R., T.B., E.C. Una corrispondeva al nome di un tecnico morto negli anni Settanta, citato in una cartella sui restauri. Un’altra apparteneva a una donna che aveva donato all’archivio alcune fotografie del canyon. La terza era la mia.

Il punto fuori campo

Ci convincemmo a trattarlo come un incidente informatico solo finché arrivò il quinto download. Non lo fece nessuno di noi. Il log si aggiornò da solo, e sul monitor apparve una miniatura nuova: una sedia vuota. Non una persona, non un candidato, solo la cassa bassa davanti al pendio e un rettangolo di buio alla destra dell’obiettivo. Nel fotogramma finale, il bordo della vecchia pellicola sembrava bruciato dall’interno. Quando ingrandii l’immagine, vidi che la sedia non era vuota. C’era una mano appoggiata al lato, tagliata dal margine, come se qualcuno fosse appena entrato nella scena ma non avesse ancora avuto il permesso di sedersi.

Sala di proiezione vuota con bobine e una sedia illuminata dal fascio del proiettoreNel materiale collegato al provino, la stanza di visione appare sempre dopo il quinto download.

Quella sera andai a Beachwood Canyon con una torcia, il telefono carico e la stupida certezza che i luoghi reali ridimensionino le storie. Le strade salivano tra cancelli, siepi e case troppo silenziose. Dal basso, il cartello non sembrava un monumento: sembrava una fila di denti fissati alla collina. Trovai un pezzo di nastro da archivio incollato a un palo, troppo nuovo per essere storico, troppo pulito per essere caduto da un camion. Sopra non c’era scritto nulla. Ma quando lo toccai, il telefono vibrò.

Era arrivata una notifica dalla cartella condivisa: download completato. Non avevo aperto nessun file. Il video partì da solo nella galleria, senza audio, undici secondi esatti. Il candidato ero io. Seduto sulla cassa, più pallido di quanto fossi in quel momento, con la stessa felpa, la torcia sulle ginocchia e gli occhi rivolti fuori campo. Non guardavo il cartello. Guardavo un punto alla destra dell’obiettivo, un punto che nella realtà si trovava proprio dietro di me.

La parte che il video non registra

Non mi voltai subito. Fu questa la cosa peggiore: sapere che esisteva un gesto previsto e ritardarlo per vigliaccheria. Il vento muoveva i cespugli secchi, una lattina rotolò sull’asfalto e da una casa lontana arrivò il rumore breve di una porta chiusa. Poi udii il battito metallico del file. Non nelle cuffie, non dal telefono: dalla collina. Tre colpi, pausa, altri tre. Come lettere illuminate che si accendono una dopo l’altra, o come un enorme dito che bussa dall’altra parte del paesaggio.

Quando finalmente mi girai, vidi soltanto la strada vuota. Nessuna figura, nessuna troupe, nessuna macchina nascosta. Ma sullo schermo il video era cambiato. Io non ero più seduto. La cassa era vuota, e sul margine destro dell’inquadratura compariva metà del mio profilo, come se stessi entrando nel provino dal lato sbagliato. Sotto il file, la cartella mostrava un nuovo documento: liberatoria_non_firmata.pdf. Dentro c’era il mio nome completo, già digitato, e una sola clausola: “Il candidato accetta che ogni desiderio di essere visto sia trattato come consenso”.

Mara cancellò la cartella la mattina dopo. O meglio, cancellò l’icona. I log rimasero, e ogni tanto l’utente guest risulta ancora attivo per undici secondi. Abbiamo spostato l’archivio, cambiato credenziali, isolato le macchine, ma a ogni anniversario del 13 luglio qualcuno riceve un link senza mittente. Non tutti vedono la stessa cosa. Alcuni vedono attori mai diventati famosi, altri tecnici, altri persone ancora vive. Tutti, però, riferiscono il medesimo dettaglio: il candidato non guarda la camera perché la camera non è il giudice. La cosa che decide se puoi restare a Hollywoodland sta sempre appena fuori campo.

Io non apro più file condivisi dopo mezzanotte. Ho imparato a diffidare delle cartelle senza proprietario e delle promesse costruite in grande, bianche sulla montagna, perché non chiedono di essere credute: chiedono di essere guardate. Il provino, se esiste ancora, non cerca attori. Cerca qualcuno disposto a scaricarlo, a vedersi già seduto sotto le lettere, e a voltarsi troppo tardi. Per questo lo riconosci subito. Dura undici secondi, pesa sempre un numero diverso di megabyte, e alla fine non appare la parola fine. Appare solo una sedia vuota, pronta per il prossimo nome.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.