
Alle 13:07 il manuale comparve nella stampante dell’ufficio spedizioni, senza che nessuno avesse inviato un file. Era un fascicolo di ventisei pagine, spillato male, con la carta calda e il bordo sinistro annerito come se fosse rimasto per anni sopra una caldaia. Sul frontespizio non c’era un marchio, solo una frase battuta a macchina: “Istruzioni per il montaggio provvisorio di dispositivo di decollazione verticale, modello non consegnato, Marsiglia”. Sotto, a penna blu, qualcuno aveva aggiunto una data: 10 settembre 1977.
Lavoravo in un deposito giudiziario dismesso della periferia di Torino, trasformato in archivio per mobili sequestrati, faldoni e oggetti che nessun ente voleva più rivendicare. Quel giorno stavamo svuotando il piano interrato: scaffali piegati dall’umidità, targhette francesi finite chissà come in Piemonte, una bilancia da macelleria, cinque casse di legno senza destinatario. La data scritta sul manuale rese tutto urgente prima ancora che io capissi perché. Il 10 settembre 1977 Hamida Djandoubi fu giustiziato a Marsiglia; è ricordato come l’ultima persona messa a morte con la ghigliottina in Francia. Non era una leggenda inventata per spaventare gli stagisti: era un fatto documentato, una riga reale nella storia della pena capitale europea.
Avvertenze per il personale non autorizzato
La prima pagina non spiegava come usare l’oggetto. Spiegava come non riconoscerlo. “Non chiamare lama la parte mobile prima della firma di ricezione. Non fotografare la traversa superiore. Non domandare se sia mai arrivata a destinazione. Un dispositivo mai consegnato non può essere smaltito, venduto o dimenticato; può soltanto richiedere il suo destinatario.” Lessi quelle righe ad alta voce, ridendo piano, perché in archivio si ride così: per non ammettere che certe carte sembrano respirare quando nessuno le consulta da decenni.
Il manuale proseguiva in italiano, francese e una terza lingua fatta di abbreviazioni amministrative. Ogni sezione aveva un titolo asciutto: verifica dei cunei, allineamento del montante, controllo del paniere, pulizia dopo mancata consegna. Non c’erano disegni completi. Solo dettagli ravvicinati: una vite con la testa spaccata, una scanalatura lucida, una carrucola segnata da due tacche parallele. Nelle note a margine comparivano orari: 04:16, 04:18, 04:21. Non dicevano cosa fosse accaduto in quei minuti, ma il modo in cui tornavano pagina dopo pagina faceva pensare a un conto alla rovescia già finito.
La cassa 17-B
La trovammo dietro tre armadi metallici pieni di registri stradali. Cassa 17-B, assi scure, chiodi quadrati, maniglie a corda marcite. Sul coperchio era rimasta l’impronta di un’etichetta strappata; in controluce si distingueva soltanto “Marseille” e una sigla doganale. Nessuno di noi avrebbe dovuto aprirla senza il responsabile, ma il responsabile era in ferie e il montacarichi non funzionava. Il collega più giovane infilò il piede di porco sotto il bordo. Appena il legno cedette, dal seminterrato salì un odore pulito e innaturale di sapone fenico, olio minerale e pioggia su pietra calda.
Dentro non c’era una ghigliottina intera. C’erano pezzi avvolti in tela cerata: due montanti, una traversa, bulloni in sacchetti numerati, una tavola inclinata, un telaio metallico più corto di quanto mi aspettassi. Mancava la lama. Mancava anche il paniere. Il manuale, però, a pagina otto diceva che quelle assenze non erano difetti. “Il dispositivo non consegnato riceve le parti mancanti dal luogo in cui viene riconosciuto.” Quando voltai pagina, trovai una tabella con due colonne: “oggetto fisico” e “oggetto civile”. Alla voce lama, la seconda colonna riportava: consenso.
Nota storica allegata al fascicolo
Quella notte cercai conferme, non perché credessi al manuale, ma perché volevo ridurlo a un errore d’inventario. Gli archivi e le ricostruzioni storiche collocano l’esecuzione di Djandoubi nella prigione delle Baumettes, a Marsiglia, pochi anni prima dell’abolizione della pena di morte in Francia nel 1981. La testimonianza pubblica rimasta non ha bisogno di fantasmi: bastano funzionari, carte, una macchina progettata per trasformare la morte in procedura. La leggenda arriva dopo, quando la ghigliottina smette di essere soltanto un meccanismo e diventa un simbolo gotico, impersonale, capace di tagliare anche la distanza fra chi ordina e chi guarda.
L’interpretazione più razionale era semplice: qualcuno aveva costruito una messinscena macabra usando rottami teatrali e riferimenti storici. Eppure il fascicolo sapeva cose che non avevo detto a nessuno. A pagina dodici trovai il mio cognome nel modulo “addetto alla ricezione tardiva”. A pagina tredici c’era l’elenco dei presenti nel deposito, compresa Marta, che quel giorno aveva timbrato l’uscita alle 12:58 per accompagnare il figlio dal dentista. Il manuale non la segnava come assente. La segnava come “risparmiata dalla prima dimostrazione”.
Nel fascicolo, la prigione non era nominata come luogo: era indicata come una destinazione che poteva spostarsi con l’oggetto.
Procedura in caso di consegna tardiva
Il giorno seguente la cassa era chiusa di nuovo. Non richiusa: intatta. I chiodi non portavano segni di leva e la polvere sopra il coperchio era continua, tranne in quattro punti dove qualcuno aveva appoggiato dita lunghe e sottili. Il manuale era sparito dalla mia scrivania e riapparve dentro la stampante, pagina quattordici in alto, come se avesse continuato a uscire durante la notte. La nuova sezione ordinava di completare il montaggio “in presenza di almeno tre testimoni involontari”. Sotto, fra parentesi, specificava che un testimone involontario non deve sapere di esserlo finché non sente cadere il fermo.
Alle 11:32 il montacarichi riprese a funzionare da solo. Scese al piano interrato senza chiamata e si aprì con un colpo secco. Dentro c’era una tavola lunga, inclinata, che la sera prima non avevamo visto. Sopra il legno, vicino al punto in cui avrebbe dovuto poggiare un collo, qualcuno aveva inciso tre iniziali. La prima era la mia. La seconda apparteneva al collega che aveva forzato la cassa. La terza non la riconobbi finché non arrivò una telefonata dalla portineria: un corriere chiedeva di consegnare un pacco “con precedenza assoluta per mancato recapito storico”.
Il corriere non salì mai. La telecamera dell’ingresso mostrò un uomo con una giacca grigia e un casco da motociclista opaco. Teneva in mano un tubo di cartone. Quando la portinaia gli domandò il documento, lui indicò il soffitto, come se ascoltasse un rumore provenire dai piani superiori. In quel momento, nel seminterrato, la cassa 17-B si aprì dall’interno. Non fece il suono del legno che si rompe. Fece il suono di una firma strappata da un registro.
Montaggio senza lama
Non so perché restammo. Forse perché gli oggetti burocratici hanno questo potere: se sono abbastanza precisi, ci convincono che disobbedire sia più pericoloso che continuare. Portammo fuori i pezzi uno alla volta. I bulloni entravano senza sforzo, come se il metallo conoscesse già la posizione delle nostre mani. La traversa superiore era fredda anche sotto i guanti. Sul pavimento comparve una linea umida, un rettangolo perfetto, e dentro quel perimetro l’aria cambiò odore. Non più deposito, muffa, toner e caffè bruciato: cortile all’alba, pietra lavata, folla trattenuta oltre un muro.
Quando il telaio fu in piedi, mancavano ancora la lama e il paniere. Il manuale ordinava di non cercarli. “La lama si manifesta nel consenso passivo. Il paniere si manifesta nella memoria di chi accetta di archiviare.” Il collega giovane disse che era abbastanza, che avrebbe chiamato la polizia. Fece tre passi verso le scale e si fermò. Il suo badge, appeso al petto, aveva cambiato colore: da plastica bianca a cartoncino avorio. Sopra non c’era più il logo del deposito, ma una qualifica: assistente alla chiusura della pratica.
Fu allora che sentimmo il fermo. Non una lama che cadeva: solo il clic secco di qualcosa liberato in alto. Tutti guardammo la traversa vuota. Nello spazio fra i montanti non apparve metallo, ma una striscia nera, sottile, senza spessore, come un taglio nell’aria. Il manuale cadde aperto ai miei piedi. Pagina ventuno: “In assenza di parte mobile, il dispositivo esegue la separazione amministrativa. Il soggetto non viene reciso dal corpo, ma dalla prova della propria presenza.”
Verbale di mancata restituzione
Il collega giovane scomparve senza rumore. Non cadde, non urlò, non lasciò sangue. Il suo casco da cantiere restò sul pavimento, accanto alle scarpe antinfortunistiche, perfettamente allineate. Sul registro delle presenze il suo nome non era mai esistito. Nelle chat dell’ufficio rimanevano risposte a messaggi vuoti, faccine senza mittente, turni coperti da nessuno. Marta, rientrata il pomeriggio, ci chiese perché avessimo montato una struttura pericolante in mezzo al deposito. Quando pronunciai il nome del ragazzo, lei guardò il manuale e impallidì. Poi disse una cosa che ancora oggi non riesco a perdonarle: “Allora non eravamo i primi.”
La pagina ventiquattro conteneva il verbale finale. Diceva che l’apparecchio non era mai stato consegnato perché l’ultima consegna richiede sempre qualcuno disposto a riceverla nel presente. Diceva che la Francia aveva abolito la pena di morte, ma non tutte le procedure imparano a morire insieme alle leggi. Diceva che una macchina costruita per obbedire non capisce la parola fine; capisce soltanto firma, ricezione, archiviazione, copia conforme. In fondo alla pagina c’erano tre righe vuote. Una per me. Una per Marta. Una per “il prossimo addetto reperibile”.
Non firmai. Bruciai il manuale nel cortile, dentro un bidone pieno di cartoni bagnati. Le fiamme diventarono verdi per pochi secondi e poi si spensero da sole. La mattina dopo, sulla mia scrivania, trovai una busta imbottita già affrancata. Dentro c’era soltanto una pagina nuova, stampata su carta calda. “Manuale d’uso per una ghigliottina mai consegnata. Copia destinata al lettore che ha completato la ricezione.” Non c’era il mio nome. C’era il tuo indirizzo, scritto con una macchina da ufficio che non esiste più, e sotto una data lasciata in bianco. Da allora tengo la pagina piegata nel portafoglio. Ogni 10 settembre, a ora di pranzo, la carta si scalda. E quando qualcuno mi chiede cosa contenga, sento sopra la testa un clic minuscolo, educato, come un timbro che finalmente ha trovato il suo fascicolo.


