Horror

Il bambino della stanza 625

Un albergo senza camera 625 riceve ogni notte la stessa chiamata: un bambino cerca i genitori e aspetta dietro una parete murata.

Pubblicato 27 Giugno 2026 07:06 6 minuti di lettura
Il bambino della stanza 625

Alle tre e diciassette del mattino, quando il Grand Hotel Bellombra sembrava respirare solo attraverso i tubi del riscaldamento, il centralino squillò una volta. Non due, non tre: una sola nota metallica, così breve che Teresa pensò di averla immaginata. Poi la luce rossa della linea interna si accese sul pannello di legno, proprio sotto una targhetta che nessuno usava più da decenni. Stanza 625.

Teresa lavorava di notte da sei anni e conosceva ogni capriccio dell'albergo. Sapeva quali ascensori si fermavano mezzo piano sopra, quali finestre fischiavano con il vento di mare, quali ospiti chiamavano per ghiaccio, sonniferi o lamentele contro il silenzio. Ma la stanza 625 non esisteva. Il sesto piano passava dalla 624 alla 626 perché, raccontavano i vecchi, durante i lavori del 1968 un errore di progetto aveva lasciato tra le due camere un vano cieco, murato e dimenticato.

La chiamata che non doveva arrivare

Teresa sollevò la cornetta con due dita. «Ricevimento, buonasera.» Dall'altra parte ci fu un fruscio sottile, come lenzuola trascinate sul pavimento. Poi una voce di bambino, educata e stanca, chiese: «Per favore, avete visto i miei genitori?» Non piangeva. Non sembrava spaventato. Parlava come chi ripete una frase imparata molto tempo prima e non ha più speranza che qualcuno risponda davvero.

Teresa controllò il registro digitale, poi quello cartaceo che il direttore pretendeva ancora per scaramanzia. Nessuna famiglia con bambini al sesto piano. Nessuna prenotazione sospetta. Nessuna camera 625. «Come ti chiami?» domandò, cercando di rendere ferma la voce. Il bambino tacque per qualche secondo. In fondo alla linea si sentì un colpo secco, forse una porta. «Non posso dirlo. Se mi chiamano, loro se ne vanno di nuovo.»

La luce sul pannello si spense. Teresa rimase con la cornetta all'orecchio finché il tono libero non diventò un sibilo. Avrebbe potuto archiviare tutto come interferenza, scherzo, stanchezza. Invece prese la torcia dal cassetto e salì al sesto piano. Il corridoio era vuoto, profumato di detergente al limone e moquette umida. Le porte 624 e 626 si fronteggiavano come due persone che fingono di non conoscersi. Tra loro, la parete color crema mostrava una crepa verticale, sottile come una cucitura.

Il vano tra due porte

La mattina seguente il direttore rise troppo forte. Disse che il centralino era vecchio, che i bambini degli ospiti sanno essere crudeli, che il personale notturno tende a innamorarsi delle proprie paure. Però, quando Teresa nominò la stanza 625, lui smise di mescolare lo zucchero nel caffè. «Non ripeta quel numero davanti ai clienti», disse. Non fu un ordine urlato. Fu peggio: una preghiera travestita da regola aziendale.

Nel pomeriggio, Teresa cercò negli archivi dell'albergo. Trovò fatture, fotografie di matrimoni, menu ingialliti, telegrammi di prenotazione. In fondo a una scatola c'era una planimetria precedente alla ristrutturazione. Sul sesto piano compariva una camera stretta, quasi una tasca, segnata a matita: 625. Accanto, qualcuno aveva scritto una data, 14 novembre 1971, e una frase spezzata: «Il bambino aspetta ancora.»

La seconda chiamata arrivò la notte dopo, alla stessa ora. «Ho sentito mamma nel corridoio», disse la voce. «Ma quando apro, c'è solo il muro.» Teresa non rispose subito. Guardò la luce rossa pulsare, piccola e insistente, mentre il resto della hall restava immobile. «I tuoi genitori come si chiamano?» chiese. Il bambino respirò vicino al microfono. «Loro hanno detto che tornavano dopo cena. Io ho contato fino a mille. Poi fino a diecimila. Poi ho smesso perché i numeri facevano male.»

Centralino notturno d'albergo con lampada accesa e sedia vuotaNel centralino vuoto, ogni luce accesa sembrava una camera che non voleva restare chiusa.

Quello che il registro non voleva dire

Teresa passò il giorno seguente a inseguire documenti che nessuno ricordava. In municipio trovò un ritaglio di giornale: una coppia scomparsa dopo un incendio parziale al Bellombra, novembre 1971. Il figlio, sei anni, non risultava tra i morti né tra i sopravvissuti. L'articolo parlava di confusione, fumo, evacuazione notturna. Nessuna fotografia del bambino. Solo un nome cancellato da una piega della carta e una frase del portiere dell'epoca: «Continuava a chiedere se i genitori fossero scesi a cena.»

Quando Teresa tornò in albergo, il direttore la stava aspettando. Non la licenziò. Le diede invece una chiave lunga, annerita, senza etichetta. «Mio padre murò quel vano dopo l'incendio», confessò. «Disse che non c'era niente da recuperare. Disse anche che, finché nessuno rispondeva al telefono, il bambino avrebbe smesso.» Teresa capì allora che il problema non era la stanza inesistente. Era l'abitudine degli adulti a chiudere una porta e chiamarla soluzione.

A mezzanotte, insieme al manutentore, ruppe la parete tra la 624 e la 626. Dietro l'intonaco apparve un corridoio largo meno di un metro, impregnato di polvere dolciastra. In fondo c'era una porta vera, con il numero 625 ancora appeso, annerito ai bordi. La chiave entrò nella serratura senza resistenza. La camera oltre la soglia era minuscola: un letto singolo, un comodino, carta da parati con barche azzurre, un telefono color avorio collegato a un filo che spariva nel battiscopa.

La risposta sbagliata

Sul comodino c'era un bicchiere d'acqua evaporata fino a lasciare un cerchio bianco. Accanto, un quaderno da bambino. Le prime pagine contenevano disegni di mare, genitori con mani enormi, una facciata d'albergo piena di finestre gialle. Le ultime erano diverse: righe di numeri, prove di attesa, frasi ripetute con grafia sempre più piccola. «Se chiamo, qualcuno li trova.» «Se dormo, non torno.» «Se dico il mio nome, mi dimenticano.»

Il telefono squillò mentre Teresa era ancora nella stanza. Non dal centralino: proprio lì, sul comodino. Il manutentore indietreggiò fino al corridoio. Teresa sollevò la cornetta. Sentì il bambino dall'altro capo, ma questa volta la voce arrivava anche dalla stanza, come se fosse seduto sul letto invisibile. «Li avete trovati?» chiese. Teresa pensò alla verità: i genitori morti o fuggiti, gli archivi incompleti, gli adulti che avevano preferito murare il dolore. Poi disse l'unica cosa che le sembrò meno crudele. «Stanno arrivando.»

La stanza cambiò odore. Per un istante parve riempirsi di minestra calda, sapone, lana bagnata. Sul quaderno, una pagina si voltò da sola. Il bambino sospirò, non di sollievo ma di stanchezza. «Lo dicono sempre», mormorò. E Teresa capì di avergli dato la stessa bugia che lo teneva lì da cinquant'anni. La luce del telefono diventò rossa, identica a quella del centralino. La porta alle sue spalle si chiuse piano.

Il corridoio dopo le tre e diciassette

Il mattino dopo, il direttore trovò il manutentore seduto davanti alla parete intatta, incapace di spiegare perché avesse le mani coperte di polvere. Teresa non era alla reception. La sua giacca pendeva dalla sedia, il registro era aperto, la penna lasciava ancora una macchia fresca sulla pagina. Alla riga delle note notturne, qualcuno aveva scritto con una calligrafia minuta: «La signora gentile mi aiuta a cercare.»

Da allora il Grand Hotel Bellombra continua a non avere una stanza 625. I siti di prenotazione mostrano il sesto piano senza anomalie, le planimetrie moderne sono pulite, il direttore nuovo racconta che certe storie nascono per vendere camere fuori stagione. Eppure, nelle notti di pioggia, il centralino riceve ancora una chiamata alle tre e diciassette. Non è più solo una voce di bambino. A volte una donna adulta risponde per prima, con tono paziente e spezzato, e domanda a chiunque sia di turno se per caso abbia visto due genitori scendere a cena. Poi, lontano dietro di lei, un bambino sussurra che forse questa volta sono davvero nel corridoio.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.