Horror

Il cameraman chiedeva sempre un’altra inquadratura

Un racconto horror ispirato alla telecamera bomba usata contro Ahmad Shah Massoud: la memoria tradita diventa un obiettivo che continua a chiedere immagini.

Pubblicato 9 Settembre 2026 10:07 7 minuti di lettura
Il cameraman chiedeva sempre un’altra inquadratura

La prima cosa che Samir notò fu il nastro isolante intorno alla maniglia della telecamera. Non era nero come quello che usavano i tecnici di Kabul, ma grigio, spesso, avvolto con troppa pazienza. La stanza era bassa, piena di luce secca, e fuori dalle finestre il Panjshir sembrava trattenere il fiato tra i monti. Erano venuti in due, con accrediti, sorrisi stanchi e una lista di domande già piegata nella tasca. Il comandante li aveva fatti entrare perché la guerra insegna a diffidare degli uomini armati, non sempre degli uomini che chiedono di ricordare.

Samir era l’interprete più giovane della casa, abbastanza utile da restare vicino alla porta e abbastanza invisibile da non comparire mai nelle fotografie. Aveva ventidue anni e una superstizione piccola: quando una lente veniva puntata verso di lui, guardava sempre il pavimento. Quel mattino non gli bastò. Il cameraman con la barba rada continuava a spostare il treppiede di pochi centimetri, poi sospirava e chiedeva un’altra inquadratura, come se l’aria non avesse ancora trovato la posizione giusta per morire.

La stanza dell’intervista

Il nome di Ahmad Shah Massoud circolava nella valle come un secondo vento. Per alcuni era il Leone del Panjshir, per altri un comandante da inseguire, per Samir un uomo che beveva il tè senza zucchero e lasciava le scarpe sempre nello stesso punto. Il 9 settembre 2001, però, la casa aveva un ordine diverso. C’erano guardie nei corridoi, carte sul tavolo, una radio che gracchiava e poi taceva. Gli ospiti si erano presentati come giornalisti stranieri; i documenti erano passati di mano in mano, controllati, discussi, infine accettati con quella stanchezza che somiglia alla fiducia.

Il primo cameraman parlava poco. Il secondo sorrideva troppo, e quando sorrideva guardava non gli occhi ma gli angoli della stanza. Samir tradusse una domanda sull’Afghanistan, una sull’Occidente, una sui talebani. Il comandante rispose con voce bassa, senza enfasi. Eppure ogni frase sembrava arrivare in ritardo nel registratore. Samir se ne accorse perché il nastro produceva un clic dopo le parole, mai durante. Un clic umido, quasi organico, come se dentro il corpo della macchina qualcosa masticasse la memoria prima di concederla.

«Non va bene», disse il cameraman in francese. «La luce cade male.» Samir tradusse soltanto la metà innocente: chiedono di spostarsi. La sedia fu arretrata. Una tazza venne tolta dal tavolo. Il comandante inclinò appena la testa, paziente. L’obiettivo seguì quel movimento con una lentezza che non apparteneva a nessuna mano umana. Samir vide il proprio riflesso nel vetro: non stava in piedi vicino alla porta, ma seduto al posto del comandante, con il petto aperto da una fioritura scura.

Il suono dentro la lente

Da bambino Samir aveva visto una mina antiuomo trovata sotto un sacco di farina. Suo padre gli aveva detto che gli oggetti più pericolosi non sono quelli nascosti, ma quelli travestiti da cose necessarie. Una pentola, un libro, una radio, una strada. Quel mattino aggiunse alla lista una telecamera. Non pensò a un ordigno; pensò a qualcosa di peggiore, a un apparecchio capace di scegliere quale istante meritasse di restare nel mondo e quale dovesse essere cancellato insieme a chi lo abitava.

Il cameraman chiese un’altra inquadratura. Poi un’altra. Ogni volta la stanza si restringeva. La parete dietro il comandante sembrò avvicinarsi di un dito; la finestra perse una striscia di montagna; l’ombra del treppiede raggiunse il bordo del tappeto e non si fermò. Samir provò a parlare con una guardia, ma il secondo finto giornalista gli mise in mano un foglio. C’erano domande scritte in caratteri ordinati e una macchia oleosa al centro. Quando Samir la toccò, la macchia gli lasciò sull’indice l’odore del metallo caldo.

Conferenza storica di Ahmad Shah Massoud con microfoni e sguardi tesi in una sala europeaPrima che l’oggetto tradisse la memoria, ogni intervista sembrava ancora una promessa di testimonianza.

La radio nel corridoio si accese da sola. Nessuno la sentì, o finsero di non sentirla. Tra le scariche comparve una voce che parlava dari con l’accento di sua madre morta: «Non tradurre l’ultima domanda.» Samir lasciò cadere il foglio. Il comandante lo guardò, non severo, soltanto curioso. Nel vetro dell’obiettivo, intanto, il riflesso cambiava. Non mostrava più la stanza, ma un cortile vuoto dopo un’esplosione, una scarpa rovesciata, brandelli di carta che cadevano come neve sporca. Poi il riflesso tornò limpido, e il cameraman sorrise perché finalmente aveva trovato l’angolo giusto.

La domanda che non doveva arrivare

«Chiedigli se ha un messaggio per chi lo ascolterà dopo domani», disse l’uomo. Dopo domani. Le due parole non appartenevano alla conversazione. Non appartenevano nemmeno al calendario appeso vicino alla porta, dove il 9 settembre era segnato con una riga sottile. Samir sentì lo stomaco chiudersi. Dopo domani era una distanza impossibile, un futuro troppo vicino e troppo vasto. Non sapeva degli aerei, delle torri, del fumo che avrebbe cambiato il vocabolario del secolo. Sapeva soltanto che quella domanda non cercava una risposta: cercava una serratura.

Per la prima volta, mentì traducendo. Disse al comandante che volevano sapere se desiderava ripetere l’ultima frase. Massoud appoggiò le mani sul tavolo. Guardò la telecamera, poi Samir, poi di nuovo la telecamera. «Alcuni uomini credono che uccidere un testimone uccida anche ciò che ha visto», rispose. «Si sbagliano. A volte lo liberano.» Samir non tradusse subito. La frase rimase tra loro come un animale immobile. Il nastro fece un clic più forte, e dalla fessura del vano batteria uscì un filo di fumo senza odore.

Il cameraman capì che qualcosa si era incrinato. La sua mano scivolò sotto il corpo della macchina. Samir vide un’unghia spezzata, la pelle bianca sulle nocche, un tremito quasi infantile. Avrebbe voluto gridare. Invece fece l’unica cosa che il terrore gli concesse: inciampò in avanti e colpì il treppiede con la spalla. La telecamera ruotò di pochi gradi. Non abbastanza per salvare nessuno, abbastanza per cambiare ciò che avrebbe guardato per primo.

Dopo lo scatto bianco

L’esplosione non ebbe il suono che Samir aveva immaginato. Fu una luce bianca, compatta, e poi un buio pieno di polvere. Quando riaprì gli occhi, non sentì più la porta dietro di sé. Non sentì il peso del corpo. Vide la stanza dall’alto, come in un’inquadratura impossibile: il tavolo rovesciato, le guardie che entravano, i fogli incendiati ai bordi, il comandante portato via in un vortice di mani. Vide anche la telecamera spaccata a metà. Dentro non c’erano solo fili, schegge, parti metalliche. C’era un piccolo vuoto rotondo che continuava a registrare.

Samir sopravvisse, dissero. Almeno così gli raccontarono nelle settimane successive, quando la valle cambiò rumore e il mondo imparò a pronunciare date con la voce spezzata. Gli dissero che i due uomini erano attentatori, che l’esplosivo era nascosto nella telecamera, che l’intervista era stata una trappola. Lui annuì a ogni ricostruzione, perché i fatti avevano bisogno di ordine. Ma nessuno volle ascoltare la parte che non entrava nei rapporti: il modo in cui, nelle notti senza sonno, una lente rotta appariva nell’angolo della sua stanza e chiedeva ancora di spostare una sedia, togliere una tazza, avvicinare il viso alla luce.

Col passare degli anni, Samir smise di parlare dell’uomo che aveva chiesto la domanda sbagliata. Parlava invece degli oggetti. Diceva ai nipoti di non fidarsi mai delle cose che pretendono di conservare tutto: macchine fotografiche, registratori, telefoni lasciati accesi su un tavolo. Ogni memoria vuole un prezzo, diceva, e alcune non si accontentano delle immagini. I ragazzi ridevano, poi abbassavano la voce quando notavano che lo zio non compariva mai bene nelle foto. Il suo volto veniva mosso, tagliato, cancellato da una chiazza chiara, come se l’obiettivo si rifiutasse di perdonargli l’urto.

L’ultima inquadratura arrivò molti anni dopo, in una camera d’ospedale di Parigi. Samir era vecchio, leggero, quasi trasparente. Sul comodino non c’era nessuna macchina, eppure sentì il clic umido del nastro. Aprì gli occhi. Ai piedi del letto stava il cameraman con la barba rada, identico al 9 settembre, coperto di polvere bianca. «Ancora una», disse. Samir sorrise senza forza. Questa volta non guardò il pavimento. Guardò dritto nella lente che non esisteva e pronunciò la frase mai tradotta. La stanza si riempì di montagna, il vetro si incrinò dall’interno, e dall’altra parte qualcosa smise finalmente di chiedere memoria ai vivi.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.