Horror

Il custode del giorno più lungo

Dopo il solstizio, un custode chiude un parco che non vuole più consegnarsi alla notte: il sole resta fermo, le ombre si muovono e il registro comincia a firmarsi da solo.

Pubblicato 24 Giugno 2026 07:00 9 minuti di lettura
Il custode del giorno più lungo

Alle ventuno e dodici, quando il parco avrebbe dovuto essere già buio, Ernesto Bellini trovò ancora il sole appoggiato dietro la linea dei pioppi. Non tramontava. Non saliva. Restava lì, basso e rosso, come una moneta incastrata tra i rami, e faceva brillare le pozzanghere del viale con una luce vecchia, ferma, quasi polverosa. Ernesto aveva settantun anni, una giacca verde con il logo del Comune cucito male sulla tasca e un mazzo di chiavi così grande che gli tirava la cintura da una parte. Da ventotto estati chiudeva il Parco San Martino senza sbagliare un cancello. Conosceva il rumore delle biciclette che se ne andavano, il silenzio dei giochi quando smettevano di cigolare, il primo odore umido che saliva dalle siepi. Quella sera, invece, ogni cosa sembrava trattenere il fiato.

Era il lunedì dopo il solstizio, ma Ernesto non era uomo da calendari. Per lui le giornate lunghe finivano quando finiva il lavoro, e il lavoro finiva quando il cancello principale scattava due volte. Aveva già mandato via una coppia di ragazzi dal prato vicino alla fontana, aveva chiuso i bagni pubblici, aveva raccolto tre bottiglie sotto la statua del cervo e aveva controllato che nessuno dormisse nella casetta dei custodi. Tutto regolare. Eppure, mentre percorreva il viale centrale con la torcia spenta nella mano, si accorse che la propria ombra non lo seguiva. Gli camminava davanti.

Il cancello che non voleva fare notte

Ernesto si fermò accanto alla cancellata di via delle Robinie. La sua ombra, lunga e sottile, continuò per altri due passi sull’asfalto interno, poi si arrestò come se avesse urtato qualcosa. Lui alzò una mano. L’ombra la alzò in ritardo. Non molto: un mezzo secondo, forse meno. Abbastanza perché la pelle dietro le orecchie gli diventasse fredda. Fece un sorriso secco, di quelli che si fanno quando si decide che la stanchezza sta giocando brutti scherzi, e infilò la chiave nella serratura. Il cancello si chiuse con il solito clangore, ma il suono non attraversò il parco. Rimase vicino a lui, basso, ripetuto tre volte, come se il ferro avesse parlato dentro una stanza.

Dal fondo del viale arrivò il fischio di un merlo. Ernesto guardò l’orologio. Ventuno e diciotto. I merli a quell’ora tacevano già, almeno in quella stagione. Lo sapeva perché per anni aveva misurato la fine delle giornate anche così: prima i bambini, poi i cani, poi i merli, poi le finestre dei palazzi che si accendevano oltre gli alberi. Quella sera nessuna finestra era accesa. O meglio, le finestre c’erano, ma sembravano dipinte su un fondale troppo lontano. Il sole bloccato dietro i pioppi le rendeva tutte dello stesso colore, un grigio rosa senza profondità.

Prese la radio di servizio e chiamò la portineria del municipio. La radio emise un colpo di statica, poi una voce femminile disse qualcosa che lui non capì. Non era la voce di Laura, la centralinista del turno serale. Era più giovane, o forse più distante, e ripeté una frase spezzata: “Custode, attendere l’ultima uscita”. Ernesto premette il pulsante. “Qui Bellini, il parco è vuoto. Sto chiudendo.” La risposta arrivò subito, troppo subito, sovrapposta alla fine delle sue parole. “Custode, attendere l’ultima uscita.”

La pista delle ombre

Decise di fare un secondo giro. Non perché credesse alla radio, si disse, ma perché un custode serio controlla due volte quando qualcosa non torna. Passò davanti all’area giochi. Le altalene erano immobili, eppure le loro ombre oscillavano avanti e indietro sulla ghiaia. Non molto, non come se qualcuno le stesse spingendo: oscillavano quel tanto che bastava a suggerire un peso assente. Ernesto puntò la torcia, ma la luce elettrica sembrò debole dentro quella sera sospesa. Illuminava le catene, il seggiolino di gomma, la sabbia sotto lo scivolo, ma non riusciva a toccare il nero allungato che si muoveva per terra.

Vicino alla fontana vide la prima persona. Era seduta sul bordo, di spalle, con un cappello di paglia e una camicia chiara. Ernesto si avvicinò irritato, quasi grato di poter trasformare la paura in rimprovero. “Il parco chiude alle nove,” disse. La figura non rispose. Sulle prime pensò a un anziano addormentato, poi notò che la camicia non faceva pieghe e che il cappello non gettava ombra. Quando arrivò a pochi metri, l’acqua della fontana si increspò e mostrò il riflesso di Ernesto da solo. La persona seduta non compariva. Lui deglutì. Fece un passo ancora. La figura si alzò senza voltarsi e scivolò dietro il tronco di un tiglio. Ernesto girò attorno all’albero. Dall’altra parte c’era solo corteccia, erba secca e una cartaccia schiacciata dal vento.

Il vento, però, non c’era. Era questo il dettaglio che gli fece venire voglia di tornare indietro. Le foglie non si muovevano, i rami non sfregavano, la bandiera sbiadita sopra il chiosco restava tesa nella stessa piega. Eppure le ombre continuavano a scorrere. Si allungavano dai cespugli, si ritiravano sotto le panchine, cambiavano direzione senza che il sole cambiasse posto. Sembravano conoscere un tramonto diverso da quello che stava vedendo lui.

La casetta del custode immersa nel crepuscolo fermo del parcoNella casetta di servizio il registro segnava chiusure che Ernesto non ricordava di avere scritto.

Il registro della casetta

La casetta dei custodi stava dietro il campo da bocce, mezza nascosta da una siepe di alloro. Ernesto la usava solo per cambiarsi gli stivali, bere il caffè dal thermos e conservare i sacchi neri. Quella sera la porta era socchiusa. Lui era certo di averla chiusa: lo faceva sempre, anche quando usciva per pochi minuti. Spinse il battente con la punta delle dita. Dentro, l’aria sapeva di polvere calda e carta umida. Sul tavolo c’era il registro delle chiusure aperto alla pagina di giugno. La penna comunale, quella attaccata con lo spago, era posata in mezzo al foglio.

L’ultima riga riportava il suo nome. Bellini Ernesto, ore 21:23, parco non consegnato. Sotto, in una calligrafia identica ma più premuta, c’era un’altra riga: Bellini Ernesto, ore 21:24, parco non consegnato. Poi un’altra: ore 21:25, parco non consegnato. La lista proseguiva fino in fondo alla pagina, minuto dopo minuto, sempre con la sua firma. Ernesto sentì un sapore metallico in bocca. Guardò l’orologio. Ventuno e ventitré. La lancetta dei secondi tremava senza avanzare.

Fu allora che sentì bussare alla finestra. Tre colpi educati, quasi timidi. Dall’altra parte del vetro non c’era nessuno, solo il riflesso del suo viso e, dietro il riflesso, la luce immobile del sole. Ma il riflesso non era esatto. L’Ernesto nel vetro aveva la torcia nella mano sinistra, non nella destra. Aveva la bocca aperta, mentre lui la teneva serrata. E quando lui indietreggiò, il riflesso restò dov’era. Poi sorrise.

L’ultima uscita

Ernesto uscì dalla casetta quasi correndo. Non corse davvero, perché le ginocchia glielo avrebbero impedito, ma camminò con la fretta rigida degli uomini anziani quando capiscono che non possono più fingere. Il cancello principale era a trecento metri. Per raggiungerlo bisognava attraversare il viale dei pioppi, passare davanti alla statua del cervo e tagliare oltre il prato grande. Ogni passo produceva un rumore diverso: ghiaia, terra, legno, ghiaia di nuovo. Come se il parco cambiasse pavimento sotto le suole.

Alla statua del cervo trovò tutte le persone che aveva mandato via negli anni. Non tutte, forse, ma abbastanza da capirlo. Una bambina con il pallone bucato che aveva pianto nel 2004 perché non voleva tornare a casa. Un uomo con il cane zoppo, morto prima del cane. Due adolescenti che avevano inciso iniziali su una panchina e poi erano spariti dalla memoria del quartiere. Stavano in piedi senza parlare, rivolti verso il sole fermo. Nessuno lo guardava. Le loro ombre, invece, erano voltate verso di lui.

La radio gracchiò alla cintura. “Custode, attendere l’ultima uscita.” Ernesto la strappò dal gancio e la gettò nella fontana asciutta. L’apparecchio cadde senza rumore. Da sotto la statua arrivò un fruscio, come di foglie raccolte con una scopa. Le ombre delle persone si staccarono dai piedi e cominciarono a muoversi sul prato. Non avevano fretta. Ernesto capì, con una chiarezza terribile, che non lo stavano inseguendo. Lo stavano accompagnando.

Quando il giorno smise di appartenere al cielo

Arrivò al cancello principale con il petto in fiamme. Fuori, la strada era deserta. Le auto parcheggiate sembravano giocattoli dimenticati, tutte coperte dalla stessa polvere luminosa. Infilò la chiave, la girò, spinse. Il cancello non si aprì. Provò ancora, poi ancora, finché il mazzo gli scivolò dalle dita. Le chiavi caddero sul selciato e proiettarono una corona di ombre sottili, ognuna orientata verso un punto diverso. Ernesto si chinò per raccoglierle e vide, oltre le sbarre, un uomo in giacca verde che lo osservava dalla strada.

Era lui. O meglio, era una versione di lui che sembrava uscita da una fotografia scolorita: più dritta, più giovane, con meno pelle sotto gli occhi e lo stesso mazzo di chiavi appeso alla cintura. Il giovane Ernesto alzò la mano in un saluto stanco. Dall’interno del parco, le presenze tacevano. Dal cielo, il sole non si mosse. L’uomo fuori disse qualcosa, ma il ferro del cancello trasformò le parole in un sussurro senza forma. Ernesto posò la fronte contro una sbarra fredda. Capì che ogni custode aveva un giorno più lungo degli altri, uno soltanto, e che il suo non era stato scelto per la luce. Era stato scelto perché lui aveva sempre creduto che chiudere significasse lasciare fuori il buio.

Alle ventuno e ventiquattro, nel registro della casetta comparve una riga nuova. Bellini Ernesto, ore 21:24, ultima uscita in attesa. La calligrafia era ferma, pulita, quasi sollevata. Il sole dietro i pioppi si abbassò di un millimetro. Le ombre del parco applaudirono senza mani, e il cancello principale scattò due volte, come faceva ogni sera quando il lavoro era finito.

La mattina dopo, Laura del municipio trovò il parco aperto e ordinato. Sulla panchina vicino alla fontana c’erano la giacca verde di Ernesto, la radio asciutta e il mazzo di chiavi disposto a cerchio. Il registro, invece, era sparito. Da quel giorno il Comune installò una serratura automatica e un timer per le luci, ma nessuno riuscì mai a regolare bene l’orario. Ogni sera, per pochi minuti dopo la chiusura, il Parco San Martino resta illuminato da un tramonto che non corrisponde a quello del cielo. E se qualcuno passa davanti al cancello proprio allora, può vedere un custode anziano fare il giro dei viali, seguito da un’ombra che cammina mezzo passo avanti a lui.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.