Horror

La barca che tornava vuota

Una barca da pesca torna all’alba senza equipaggio. Nel porto, ogni dettaglio sembra in ordine: ed è proprio questo a rendere la sparizione impossibile da spiegare.

Pubblicato 15 Giugno 2026 07:05 8 minuti di lettura
La barca che tornava vuota

Quando la barca rientrò senza nessuno a bordo, il porto era ancora mezzo addormentato. Le cassette del pesce vuote stavano impilate contro il muro del mercato, i gabbiani gridavano sopra i lampioni spenti e una nebbia bassa, grigia come cenere bagnata, cancellava la linea tra il molo e il mare. Nessuno pensò subito a una tragedia. In certi paesi di costa le cose tornano sempre prima delle persone: una cima trascinata dalla corrente, una boa spezzata, una rete strappata dalle rocce. Ma quella mattina tornò una barca intera, con il motore al minimo e la prua puntata esattamente verso il suo posto.

Si chiamava Santa Lucia, anche se da anni nessuno usava più il nome scritto sul fianco. Per tutti era la barca di Nereo, pescatore silenzioso, vedovo, puntuale in modo quasi irritante. Usciva prima dell’alba e rientrava quando il campanile batteva le sette, mai un minuto dopo. Quella mattina il campanile suonò, il motore tossì tra i piloni e la Santa Lucia scivolò dentro il porto come se qualcuno, invisibile, sapesse ancora governarla.

Il primo dettaglio che nessuno volle guardare

Il primo a vederla fu Bruno, il custode del carburante. Disse poi che la cosa più strana non era l’assenza di Nereo, ma l’ordine. La coperta era lavata dalla salsedine, le reti erano state ripiegate con cura e il secchio delle esche era chiuso. Non c’erano sangue, urti evidenti, segni di colluttazione. La radio gracchiava piano su una frequenza muta, emettendo un fruscio regolare che sembrava respirare.

Bruno salì a bordo chiamando il nome del pescatore. Lo fece una volta sola, perché subito dopo notò gli stivali. Erano sistemati sotto la panca, uno accanto all’altro, con le punte rivolte verso il mare. Nereo non li avrebbe mai tolti durante il lavoro, non con quel freddo e non con il ponte ancora umido. Il custode raccontò che in quel momento ebbe l’impressione assurda di essere entrato in casa di qualcuno mentre il proprietario si era appena alzato per aprire la porta a un ospite.

Arrivarono altri pescatori, poi i carabinieri, poi la figlia di Nereo con il cappotto infilato sopra il pigiama. Le domande furono quelle giuste: mare mosso, malore, caduta, incidente con un’altra imbarcazione. Eppure ogni risposta lasciava un bordo scoperto. Il mare era stato calmo. Il motore non mostrava guasti. Il telefono di Nereo era nella tasca della giacca appesa in cabina, asciutto, spento, con la batteria quasi piena.

La rotta impossibile

Il registro del porto indicava che la Santa Lucia era uscita alle quattro e diciassette. Una telecamera del distributore la riprendeva mentre superava il fanale verde e imboccava il largo. Dopo quel punto, secondo la logica, avrebbe dovuto seguire la rotta delle secche dove Nereo calava di solito le reti. Invece il tracciato del piccolo GPS raccontava un percorso diverso: la barca aveva compiuto tre cerchi perfetti davanti a una scogliera abbandonata, poi era rimasta ferma per ventidue minuti, infine era tornata in porto seguendo una linea dritta, troppo precisa per una deriva.

Fu la figlia a riconoscere il luogo. Quella scogliera aveva un nome che i vecchi pronunciavano malvolentieri: Punta dei Morti. Non per una battaglia, non per un naufragio famoso, ma per una serie di sparizioni minori, senza epica, distribuite negli anni come macchie di umidità su un muro. Ragazzi usciti a fare il bagno, un sub esperto, un turista tedesco mai ritrovato. Ogni volta il paese aveva scelto una spiegazione pratica, perché le spiegazioni pratiche permettono di dormire.

La Guardia Costiera cercò Nereo per due giorni. Dragò fondali, interrogò equipaggi, controllò correnti e bollettini. Trovarono solo una cassetta di legno, incastrata tra due rocce sotto Punta dei Morti. Dentro c’erano ami arrugginiti, un vecchio coltello da sfilettare e un quaderno gonfio d’acqua. Le pagine erano quasi bianche, ma tra le fibre si vedevano solchi lasciati da una penna premuta con forza. Sembravano righe, non parole; oppure parole cancellate dal mare prima che qualcuno potesse leggerle.

Bussola arrugginita e quaderno bagnato su un tavolo del porto

Nel racconto, gli oggetti recuperati dal mare diventano l’unica traccia concreta della sparizione.

La cabina chiusa dall’interno

Il terzo giorno decisero di controllare meglio la cabina. Era piccola, impregnata di gasolio e sale, con una branda stretta e una mensola di latta. La porta si chiudeva con un gancio interno, e quel gancio era calato. Per aprirla i carabinieri dovettero forzare il legno. Dentro non c’era nessuno, ma l’aria era così fredda che il fiato usciva bianco, nonostante fuori il sole avesse già scaldato le pietre del molo.

Sulla branda trovarono una tazza rovesciata e tre sardine crude disposte in fila. Nessuno seppe dire perché quel particolare facesse tanta paura. Forse perché era ordinato. Forse perché somigliava a un’offerta. O forse perché Nereo, da vivo, odiava lasciare cibo in cabina: diceva che attirava cattivi odori, topi e pensieri sbagliati. La figlia vide le sardine e non pianse. Fece un passo indietro, come se qualcosa le avesse parlato senza usare voce.

Quella notte il custode del porto rimase di turno. Alle due e quaranta sentì il motore della Santa Lucia accendersi. Corse fuori con la torcia, convinto che qualcuno fosse salito a bordo per scherzo o per rubare. La barca era ancora legata, le cime tese ai bitte, ma l’elica girava lenta sotto l’acqua nera. Dal quadro comandi veniva una luce debole. Bruno giurò di aver visto, riflessa nel vetro della cabina, una sagoma seduta al timone. Quando aprì la porta, non trovò nessuno.

Il porto cominciò a cambiare

Dopo quell’episodio il porto smise di essere un posto familiare. I pescatori iniziarono a evitare il molo della Santa Lucia, anche se nessuno lo ammise apertamente. Le cassette venivano impilate altrove, le conversazioni si interrompevano quando il vento faceva battere una cima contro lo scafo. Un ragazzo del bar disse di aver sentito qualcuno camminare sul ponte alle cinque del mattino, passi lenti, pesanti, poi il rumore degli stivali sistemati con cura sotto la panca.

La figlia di Nereo provò a vendere la barca. Due acquirenti vennero a vederla e rinunciarono senza contrattare. Il primo disse che il legno era troppo umido. Il secondo non diede spiegazioni: scese dal ponte pallido, attraversò il molo e vomitò dietro il magazzino delle reti. Più tardi raccontò al barista che, entrando in cabina, aveva sentito odore di caffè appena fatto e una voce maschile bisbigliare: “Non è ancora ora”.

Nel frattempo la Santa Lucia continuava a spostarsi di pochi centimetri. Ogni mattina le cime risultavano allentate o tese in modo diverso. Una volta la trovarono orientata verso l’uscita del porto, nonostante fosse legata da entrambi i lati. Un’altra volta il fanale di prua si accese da solo durante un temporale, tagliando la pioggia con una luce gialla e tremante. Nessuno salì a spegnerlo fino all’alba.

L’ultima uscita

La decisione fu presa senza dirla ad alta voce. Bisognava portare la barca fuori e affondarla in un punto autorizzato, oppure venderla a pezzi lontano dal paese. Il mare avrebbe chiuso la storia meglio di qualsiasi spiegazione. Scelsero l’alba, perché le cose vergognose si fanno spesso quando il mondo è ancora distratto. Tre uomini salirono a bordo: Bruno, il fratello di Nereo e un meccanico chiamato da un paese vicino. La figlia rimase sul molo con le mani nelle tasche.

Il motore partì al primo colpo. Troppo bene, disse poi il meccanico. Le cime furono sciolte e la Santa Lucia lasciò il porto con una docilità quasi offensiva. Dal molo la videro superare il fanale verde, dirigersi verso Punta dei Morti e fermarsi nello stesso punto indicato dal GPS. Per qualche minuto non accadde nulla. Poi la radio del porto, spenta da settimane perché difettosa, si accese da sola e trasmise tre colpi secchi, come nocche contro il legno.

Quando la barca tornò, era vuota di nuovo. Questa volta però il motore era spento e non c’era vento sufficiente a spingerla. Entrò lentamente tra i piloni, senza urtare nulla, e si fermò nello stesso posto di sempre. Sotto la panca c’erano tre paia di stivali, sistemati con le punte rivolte verso il mare. La figlia di Nereo riconobbe quelli dello zio. Bruno non fu mai ritrovato. Il meccanico risultò scomparso insieme agli attrezzi, al telefono e alla giacca.

Quello che resta sul molo

Da allora la Santa Lucia non viene più toccata. Ufficialmente è sotto sequestro, anche se il verbale è fermo in qualche ufficio e nessuno sembra avere fretta di chiudere la pratica. Il paese ha imparato a non guardarla troppo a lungo. I turisti la fotografano pensando sia un relitto pittoresco, ma i residenti abbassano la voce quando passano vicino al suo ormeggio. Di notte, se il mare è calmo, il ponte scricchiola come sotto il peso di qualcuno che rientra tardi.

La cosa peggiore non è la barca. È la sua puntualità. Ogni tanto, alle sette esatte, il motore tossisce una volta e poi tace. Non parte, non si muove, non dà abbastanza prove per costringere qualcuno a intervenire. Si limita a ricordare al porto che può ancora tornare. E chi vive lì sa che il giorno in cui la Santa Lucia uscirà da sola, non sarà per cercare chi ha perduto. Sarà perché avrà trovato il prossimo nome da riportare indietro.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.