Horror

La radio sotto il pavimento

Una vecchia radio sepolta sotto il pavimento ripete nomi, date e nascite future. Luca scopre troppo tardi che non sta ascoltando: sta trasmettendo.

Pubblicato 21 Giugno 2026 07:09 6 minuti di lettura
La radio sotto il pavimento

La prima volta che Luca sentì la radio sotto il pavimento, pensò a un guasto nel quadro elettrico. Era un ronzio basso, intermittente, nascosto tra il fruscio della pioggia e il respiro vecchio della casa. Arrivava dalla stanza più piccola, quella che il precedente proprietario aveva chiamato studio con un sorriso troppo rapido, come se nominare le cose bastasse a tenerle ferme.

Il ronzio tornò alle 23:17. Questa volta c’era una voce. Non parlava davvero, o almeno non subito. Sillabava numeri, pause, frammenti di nomi. Sembrava una trasmissione captata per caso da un apparecchio sepolto nel legno, qualcosa rimasto acceso da decenni e dimenticato da tutti tranne che dalla corrente. Luca si inginocchiò, appoggiò l’orecchio alle assi e sentì pronunciare il proprio cognome.

La stanza che non voleva mobili

Lo studio era l’unica stanza che non accettava di essere abitata. La scrivania traballava anche quando il pavimento sembrava piano, le mensole cadevano senza peso, le lampadine duravano pochi giorni. Ogni oggetto lasciato lì veniva ritrovato spostato di pochi centimetri, abbastanza da sembrare una svista, non abbastanza da diventare una prova.

Sotto il tappeto, però, Luca scoprì un rettangolo più scuro. Le teste dei chiodi non coincidevano: qualcuno le aveva rimesse al loro posto dopo averle tolte.

La frequenza dei nomi futuri

Quando sollevò la prima asse, l’odore fu quello di carta umida e metallo caldo. Nel vano c’era una piccola radio a valvole, molto più vecchia della casa, avvolta in una coperta militare marcia. Non era collegata a nulla. Nessun cavo, nessuna batteria, nessuna presa. Eppure la scala luminosa sul frontale tremava di un arancione debole, come una brace chiusa in gola.

Luca non la toccò. La voce cambiò tono: da metallica diventò quasi domestica. Disse tre nomi sconosciuti, poi tre date. Due erano lontane nel passato. La terza era impossibile: indicava un giorno di agosto del 2038.

Il dettaglio peggiore non fu la data futura, ma il modo in cui venne pronunciata. Non come una previsione. Come una registrazione già archiviata. Subito dopo la voce aggiunse un nome: Elena, nata il 4 novembre 2029. Luca non conosceva nessuna Elena. Non ancora.

Il quaderno nella coperta

Dentro la coperta, accanto alla radio, c’era un quaderno con la copertina nera. Le pagine erano gonfie di umidità, ma la grafia restava leggibile. Non erano appunti tecnici. Erano elenchi di trasmissioni, annotati per data e ora, con un metodo ossessivo. Ogni riga riportava un nome, un luogo, una nascita o una morte. A volte entrambe.

Luca riconobbe alcuni cognomi del paese. Famiglie che aveva visto sulle cassette della posta, nomi incisi sulle lapidi del piccolo cimitero, persone di cui aveva sentito parlare al bar senza prestare attenzione. Poi trovò il cognome della donna che gli aveva venduto la casa. Accanto c’era una nota breve: non sente più, ma ricorda il pavimento.

Le ultime pagine erano diverse. La grafia diventava più recente, più simile alla sua. Luca provò a convincersi che fosse suggestione, ma sapeva riconoscere la propria mano. L’ultima riga diceva: quando trova la radio, smette di essere ascoltatore.

La notte del 19 giugno

Alle 23:17 del 19 giugno la trasmissione tornò più limpida. La pioggia si fermò di colpo, il paese perse ogni rumore. Luca sedette sul pavimento aperto e accese il registratore del telefono. La radio non aveva bisogno di essere accesa: lo era già, da qualche parte più profonda della corrente.

Vecchia radio a valvole sotto assi di legno sollevate in una stanza buia

Il segnale sembrava uscire dal legno, ma il legno era soltanto il coperchio.

La voce elencò nomi che Luca non conosceva, poi cominciò a ripeterne uno solo. Elena. Elena. Elena. Sul telefono, però, il registratore non mostrava onde sonore. La linea restava piatta.

Quando la voce disse il suo nome completo, Luca capì che la radio non stava trasmettendo verso di lui. Stava usando lui come punto di passaggio. Lo studio diventò freddo. Dalle assi aperte salì un vento sottile, senza odore, e insieme al vento una seconda voce, molto più bassa, quasi infantile. Chiese se poteva entrare.

La bambina che doveva ancora nascere

Nei giorni seguenti Luca cercò Elena ovunque. Non trovò nulla, ed era proprio quello il problema. Non esisteva ancora. Il nome non compariva in nessun archivio, in nessuna storia locale, in nessuna foto dimenticata online. Eppure la radio parlava di lei ogni notte con una precisione da documento: città, data, un indirizzo futuro che oggi era solo un campo dietro una rotonda.

Una sera Luca telefonò alla donna che gli aveva venduto la casa. Lei rimase in silenzio troppo a lungo. Poi disse che suo padre aveva trovato la radio prima di lui, e che per anni aveva trascritto nomi di persone non ancora nate. All’inizio sembrava una follia innocua. Poi alcuni di quei nomi erano arrivati davvero al mondo.

La donna aggiunse una cosa soltanto prima di chiudere: la radio non prediceva. Preparava. Ogni nome letto ad alta voce trovava prima o poi un varco. Ogni ascoltatore, credendo di scoprire un segreto, diventava parte del circuito che permetteva al segnale di continuare.

Il pavimento richiudibile

Luca richiuse il vano con chiodi nuovi, poi con colla, poi con una libreria pesante spinta sopra il tappeto. Per due notti la casa rimase tranquilla. Alla terza, alle 23:17, la radio parlò dalla cucina. Non da sotto il pavimento: dalla presa elettrica, dal tubo del lavandino, dal vetro della finestra. La voce si era distribuita nella casa come muffa.

Provò a distruggere l’apparecchio. Sollevò di nuovo le assi e trovò il vano vuoto. Al posto della radio c’era il quaderno nero, aperto sull’ultima pagina. La grafia non somigliava più soltanto alla sua: era la sua, identica, con le stesse incertezze nelle lettere doppie. Aveva annotato il nome Elena decine di volte, sempre più piccolo, fino a riempire i margini.

Sotto l’ultima riga compariva una data: quella notte. Accanto, una frase che non ricordava di aver scritto: trasmissione completata quando la voce risponde dal piano superiore. Luca alzò gli occhi verso il soffitto. La casa non aveva un piano superiore.

La trasmissione che resta accesa

Da allora nessuno abita stabilmente in quella casa. Chi passa sulla provinciale dice che una finestra dello studio resta illuminata anche quando il contatore è staccato. Qualcuno sostiene di aver sentito, nelle sere di pioggia, una sequenza di nomi uscire dalle assi del portico, seguita da un fruscio di stazione lontana.

Il quaderno non è mai stato ritrovato, ma le persone del paese hanno imparato a non pronunciare ad alta voce i nomi captati per caso. Ci sono parole che, ripetute nel momento sbagliato, smettono di descrivere qualcuno e cominciano a chiamarlo.

Luca comparve un’ultima volta in una registrazione salvata sul telefono, ma il file era muto. Nel video si vede soltanto lo studio, il pavimento richiuso e il tappeto perfettamente disteso. Dopo alcuni secondi, una voce sottile attraversa il silenzio senza lasciare traccia nell’audio. Chi guarda il filmato dice di capirla comunque, come se la frase arrivasse da sotto le proprie assi: non siamo ancora nati, ma sappiamo già dove ascoltare.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.