
Quando tornò a casa, Elia trovò la porta dell’appartamento già aperta. Non spalancata, non forzata: semplicemente socchiusa, come se qualcuno fosse entrato con le chiavi e avesse dimenticato di richiuderla fino in fondo. Il pianerottolo odorava di candeggina e pioggia vecchia. Nel corridoio, la lampadina a tempo vibrava con un ticchettio sottile, simile al rumore di un ago che batte sul vetro.
Viveva solo da tre anni, al quarto piano di un palazzo che sembrava sempre trattenere il fiato. Non aveva vicini curiosi, non riceveva quasi mai visite, e le uniche persone a possedere una copia delle sue chiavi erano sua sorella e il proprietario, morto da otto mesi. Per questo rimase fermo davanti alla soglia più a lungo del necessario, con la mano sulla maniglia e una certezza irragionevole che gli saliva nello stomaco: non era entrato nessuno per rubare. Qualcuno era entrato per restituire qualcosa.
La stanza che non ricordava
All’interno non mancava nulla. Il portatile era sul tavolo, il portafoglio accanto al portatile, l’orologio che non indossava mai sopra una pila di ricevute. Eppure la casa era cambiata. Non nell’ordine degli oggetti, ma nella loro intenzione. Le sedie sembravano rivolte verso il corridoio. Lo specchio dell’ingresso era coperto da un asciugamano scuro. Sul pavimento, dalla porta fino alla camera, correva una fila di minuscole macchie chiare, non sangue e non vernice: sembravano scaglie di pelle secca.
Elia seguì la traccia con il telefono acceso in mano. La camera da letto era al buio, ma sotto la porta del bagno filtrava una luce bianca, troppo fredda per la lampadina che ricordava di avere comprato. Bussò una volta, per assurdo. Nessuno rispose. Aprì.
La vasca era piena fino all’orlo. Nell’acqua galleggiava qualcosa di color carne, piegato su se stesso con la delicatezza di un vestito lavato a mano. Sembrava una tuta, un involucro, una sagoma umana svuotata. Aveva dita sottili, talloni, il rilievo appena accennato delle costole. Dove avrebbe dovuto esserci il volto, la superficie era liscia, senza occhi né bocca. Sul bordo della vasca c’era un biglietto scritto con la sua grafia: Non lasciarla asciugare.
Il nome cucito sotto la pelle
Con due dita prese un lembo dell’involucro. Era tiepido. Non viscido, non morto. Aveva la consistenza elastica della pelle appena uscita dall’acqua calda, e sotto la superficie correva un tremore minimo, come il ricordo di un battito. Elia lo lasciò cadere nella vasca e si lavò le mani tre volte. Quando alzò lo sguardo, lo specchio del bagno non rifletteva più la sua faccia nello stesso modo.
Il naso era il suo, ma appena più stretto. Il mento gli parve meno pronunciato. Sotto l’occhio sinistro, dove da bambino aveva una cicatrice minuscola, la pelle appariva liscia. Si avvicinò allo specchio e vide, sulla linea della mandibola, un segno sottile come una cucitura. Non sanguinava. Non faceva male. Sembrava soltanto il bordo di qualcosa indossato troppo a lungo.
Lo specchio restituisce un volto appena spostato dal suo posto.
Gli specchi coperti
La notte portò con sé rumori piccoli. La vasca gocciolava anche se il rubinetto era chiuso. Dalla camera arrivavano fruscii di lenzuola, ma Elia era sul divano, con la luce accesa e un coltello da cucina sul tavolino. Ogni tanto sentiva un colpo morbido, come un palmo premuto dall’interno contro una superficie bagnata.
Alle tre e diciassette, il telefono si illuminò. Un messaggio da un numero sconosciuto diceva: È già successo. Non cercare la prima pelle. Seguì una fotografia. Ritraeva Elia davanti al palazzo, due giorni prima, con la stessa giacca e la stessa borsa. Ma l’uomo nell’immagine non era esattamente lui. Aveva le sue spalle, la sua postura stanca, persino il suo modo di tenere le chiavi tra indice e medio. Il volto, però, era più giovane di qualche anno e sorrideva a qualcuno fuori campo. Sul collo, appena visibile, correva la stessa cucitura.
Elia vomitò nel lavandino della cucina. Poi fece ciò che chiunque avrebbe fatto troppo tardi: cercò il proprio nome online. Trovò profili, documenti, vecchie foto. Tutto sembrava normale, finché non aprì l’album del matrimonio di sua sorella. In una foto del 2018 compariva lui, seduto in fondo alla sala. In una del 2019, scattata al battesimo del nipote, compariva ancora lui. Ma erano due uomini diversi che lo imitavano. La differenza stava nei dettagli: orecchie, distanza degli occhi, piega delle labbra. Il nome sotto le foto era sempre lo stesso.
La firma mancante
All’alba, l’involucro nella vasca era più gonfio. La superficie aveva assorbito acqua fino a diventare quasi trasparente. Sotto, come vene disegnate a matita, apparivano linee sottili che convergevano verso il petto. Elia vide allora qualcosa che la sera prima gli era sfuggito: sul lato interno dell’avambraccio c’era una firma. Non scritta con inchiostro, ma impressa nel tessuto, una cicatrice ordinata e minuscola.
Leslie M.
Il nome non gli diceva niente. Lo cercò. Trovò un necrologio di provincia, una pagina quasi vuota, tre righe soltanto: Leslie Marini, 34 anni, scomparsa il 17 giugno. Il corpo non è mai stato ritrovato. La data era di nove anni prima. Accanto al testo, una fotografia sgranata mostrava una donna con un sorriso esitante. Elia riconobbe il taglio degli occhi. Erano quelli che aveva visto allo specchio da qualche giorno, quando la stanchezza gli cambiava il volto.
Il telefono vibrò di nuovo. Questa volta il messaggio arrivava dal suo stesso numero: Se la pelle torna, significa che qualcuno l’ha finita di usare. Non è un dono. È un avviso.
Quello che resta quando ti togli
Elia provò a uscire di casa, ma la serratura girò a vuoto. Provò a chiamare sua sorella; una voce registrata disse che il numero era inesistente. Aprì i cassetti, cercò documenti, fotografie, qualsiasi prova che la sua faccia fosse sempre stata la sua. Trovò invece una busta nascosta dietro i maglioni invernali. Dentro c’erano vecchie tessere sanitarie, ritagliate ai bordi, tutte con il suo nome e volti diversi. Alcuni maschili, alcuni femminili, alcuni troppo sfocati per capire. Su ogni retro, una data e una parola: restituita.
Quando tornò in bagno, l’acqua della vasca era scesa. La pelle galleggiava meno, aderendo alla ceramica come un animale stanco. Elia si accorse che il volto liscio non era più liscio. Si erano formate due cavità leggere, un accenno di naso, una bocca chiusa. Non somigliava a Leslie Marini. Non ancora. Somigliava a lui.
La cucitura sulla mandibola cominciò a prudere. Prima piano, poi con una violenza intima, come se migliaia di dita minuscole cercassero di sollevarla dall’interno. Elia afferrò il bordo dello specchio e lo strappò dall’asciugamano che lo copriva. Per un istante vide la verità intera: il suo volto era un guanto teso sopra un altro volto, e sotto quell’altro ce n’era un altro ancora, e sotto ancora un buio fitto, paziente, senza lineamenti.
Non urlò. La cosa che stava sotto di lui aprì la bocca prima.


