Paranormale

Fiabe crudeli e paure infantili: dal folklore alla psicologia del perturbante

Nel giorno della nascita di Roald Dahl, un viaggio documentato nella fiaba nera moderna: fatti, testimonianze di lettura, folklore e psicologia del perturbante.

Pubblicato 13 Settembre 2026 16:00 5 minuti di lettura
Fiabe crudeli e paure infantili: dal folklore alla psicologia del perturbante

Alle sei del pomeriggio, nella casa bianca di Great Missenden dove Roald Dahl lavorava in una capanna da giardino, la cosa più inquietante non sarebbe stata una strega alla finestra, ma una matita appena temperata lasciata accanto a un quaderno giallo. L’oggetto è domestico, quasi innocuo; eppure basta spostarlo dentro una fiaba nera perché diventi il primo indizio di una legge crudele. Un bambino lo capisce prima degli adulti: nel mondo delle storie, il tavolo della cucina può aprirsi come una botola.

La ricorrenza del 13 settembre, data di nascita di Dahl nel 1916 a Llandaff, non serve a santificare un autore né a confondere biografia e leggenda. Serve a rientrare in una domanda che Residuoscuro incontra spesso: perché alcune fiabe nate per l’infanzia sembrano più vicine all’horror di molte storie dichiaratamente spaventose? Dahl, passato dai racconti per adulti a libri come James and the Giant Peach, Charlie and the Chocolate Factory, The BFG, Matilda e soprattutto The Witches, ha reso popolare una forma moderna di paura infantile in cui il meraviglioso non consola, ma mette alla prova.

Il fatto: Dahl, la data e la fiaba come macchina morale

Il dato documentato è semplice. Le biografie di riferimento indicano Roald Dahl come nato il 13 settembre 1916 in Galles, figlio di genitori norvegesi; prima della fama nei libri per ragazzi scrisse racconti per adulti, spesso costruiti su inversioni finali, vendette private, incidenti morali e comicità nera. La sua opera televisiva e narrativa per adulti, associata anche a Tales of the Unexpected, mostra che la crudeltà non fu un incidente di percorso, ma una grammatica. Quando quella grammatica entra nella fiaba, non si limita ad addolcirsi: cambia destinatario, ritmo, superficie, ma conserva l’idea che ogni desiderio abbia un prezzo.

Qui bisogna essere precisi. Non esiste, nelle fonti serie, una prova che Dahl volesse “spaventare” i bambini in senso paranormale o iniziatico. Esistono però testi in cui l’infanzia viene esposta a minacce nette: adulti predatori, famiglie tiranniche, punizioni grottesche, metamorfosi, sparizioni, creature che fingono normalità. In The Witches, pubblicato nel 1983, l’orrore funziona proprio perché le streghe non abitano un castello gotico; si nascondono negli alberghi, nelle sale riunioni, sotto guanti eleganti e parrucche credibili. Il soprannaturale, per diventare efficace, prende l’ascensore con noi.

La testimonianza: cosa ricordano i lettori quando dicono “mi ha fatto paura”

Le testimonianze dei lettori, raccolte nel tempo in recensioni, memorie familiari e discussioni culturali, tendono a ripetere alcuni dettagli: la paura delle streghe calve sotto la parrucca, il disgusto per le dita mancanti nei guanti, l’ansia davanti a una nonna che racconta con calma cose intollerabili, la sensazione che gli adulti non siano automaticamente rifugi sicuri. Sono ricordi soggettivi, non prove paranormali; ma nel campo del perturbante hanno valore perché mostrano dove una storia lascia il segno. Un bambino non separa sempre simbolo e minaccia. Se la strega sorride come una signora normale, allora la normalità stessa diventa sospetta.

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Questo è il punto in cui la fiaba nera tocca il folklore. Da Hansel e Gretel a Cappuccetto Rosso, molte narrazioni tradizionali insegnano che il pericolo non arriva annunciandosi come mostro. La casa di zucchero è una trappola; il lupo parla; il bosco promette scorciatoie. Dahl eredita quel meccanismo e lo aggiorna con oggetti del Novecento: una fabbrica, un collegio, un televisore, una medicina, una sala conferenze. La crudeltà non viene cancellata per proteggere l’infanzia; viene organizzata in una forma leggibile, con regole severe e immagini memorabili.

La leggenda: il fabbricante di infanzie stregate

La leggenda culturale ha poi semplificato Dahl in una figura quasi da artigiano dell’incubo infantile: il narratore che apre una scatola di dolci e ci mette dentro denti, punizioni e stanze chiuse. Questa immagine contiene una parte di verità e una parte di deformazione. È vero che nei suoi libri la vendetta dei piccoli contro i grandi può essere feroce, e che la cattiveria degli adulti viene spesso resa fisica, caricaturale, disgustosa. È meno vero che il suo mondo sia soltanto sadico. La crudeltà funziona perché esiste una misura morale: chi abusa del potere viene smascherato, chi osserva con attenzione sopravvive, chi conserva immaginazione trova una via laterale.

La leggenda si è nutrita anche degli adattamenti cinematografici e televisivi. Il volto di una strega, la voce di un narratore, la trasformazione di un bambino in topo o l’esplosione grottesca di un destino meritato hanno reso visibile ciò che sulla pagina restava affidato al lettore. Ogni adattamento, però, sposta il confine tra paura e spettacolo. L’immagine può fissare troppo; la parola, invece, lascia che il lettore completi la scena con materiale proprio. Per questo certe pagine fanno più paura di un mostro mostrato per intero: sembrano conoscere già l’angolo buio della camera in cui verranno ricordate.

L’interpretazione: il perturbante come allenamento al buio

La psicologia del perturbante aiuta a leggere questo effetto senza trasformarlo in superstizione. Il termine freudiano indica ciò che appare insieme familiare ed estraneo: una bambola quasi viva, una casa troppo silenziosa, un adulto che sorride mentre prepara il danno. Nelle fiabe crudeli, il bambino incontra una versione deformata di ciò che conosce. Non è l’ignoto assoluto a ferire, ma il noto che cambia faccia. Dahl insiste proprio su questa fenditura: la scuola può diventare prigione, la famiglia tribunale, il premio una condanna, il gioco una prova di sopravvivenza.

Questo non significa che ogni spavento infantile sia benefico o che la crudeltà narrativa vada assolta per principio. Il limite esiste, e cambia con età, sensibilità, contesto, mediazione adulta. La forza della fiaba nera migliore sta nel non lasciare il lettore inerme. Gli consegna immagini dure, ma anche mappe: diffida delle apparenze, ascolta chi ti avverte, dai nome alla minaccia, non credere che l’autorità sia sempre innocente. In questo senso la paura non è un gusto decorativo; è un laboratorio morale. Si entra tremando e si esce con una regola in più.

Resta allora un’immagine: una capanna in giardino, la luce che cala, una matita sul tavolo. Nulla si muove, eppure il lettore sa che qualcosa potrebbe già essere entrato nella stanza sotto forma di frase. È questa la lezione più oscura della fiaba moderna: il mostro non deve esistere davvero per produrre conseguenze reali. Basta che una storia gli dia una forma precisa, abbastanza precisa da accompagnarci fuori dall’infanzia e tornare, anni dopo, quando una porta socchiusa assomiglia per un attimo alla bocca di un bosco.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.