
La cosa più inquietante, in I Saw the TV Glow, non è che un programma televisivo sembri più vero della vita. È che la vita, a un certo punto, cominci a somigliare alla replica sbiadita di qualcosa visto troppo tardi, quando tutti gli altri dormivano e lo schermo era l’unica finestra accesa nella casa. Jane Schoenbrun apre il film dentro una provincia americana di fine anni Novanta fatta di palestre scolastiche, divani consumati, corridoi fluorescenti e notti in cui la televisione non intrattiene: chiama per nome chi non sa ancora come chiamarsi.
Uscito nel 2024 dopo la presentazione al Sundance, I Saw the TV Glow è scritto e diretto da Jane Schoenbrun, dura 100 minuti secondo la classificazione BBFC, è distribuito negli Stati Uniti da A24 e ha musiche originali di Alex G. Nel cast, Justice Smith interpreta Owen da adulto, Ian Foreman ne incarna la versione più giovane, mentre Brigette Lundy-Paine è Maddy, la compagna di scuola che gli rivela l’esistenza di The Pink Opaque, serie notturna immaginaria e segreta. Accanto a loro compaiono Helena Howard, Danielle Deadwyler, Fred Durst, Lindsey Jordan e Conner O’Malley. I dati sono asciutti; l’esperienza del film, invece, è tutto fuorché neutra.
Scheda film: dati verificati e cornice
Titolo originale: I Saw the TV Glow. Anno: 2024. Regia e sceneggiatura: Jane Schoenbrun. Durata: 100 minuti. Musiche: Alex G. Cast principale: Justice Smith, Brigette Lundy-Paine, Ian Foreman, Helena Howard, Danielle Deadwyler, Fred Durst, Lindsey Jordan. La locandina ufficiale, separata dalle immagini editoriali, appartiene alla promozione del film e conserva quell’idea di volto illuminato da una luce artificiale, quasi medianica, che riassume bene la sua promessa: guardare lo schermo non come superficie, ma come ferita.
Schoenbrun arriva a questo lavoro dopo We’re All Going to the World’s Fair, altro film costruito attorno alla solitudine digitale e alla possibilità che un racconto condiviso diventi identità. Qui l’ambizione è più ampia e più dolorosa. I Saw the TV Glow non è soltanto un horror psicologico, né soltanto un coming of age queer, né soltanto una riflessione nostalgica sulla televisione analogica. È un film su ciò che accade quando l’immaginario offre una lingua per sopravvivere e, nello stesso gesto, rivela quanto sia povera la realtà che ci è stata assegnata.
Regia e messa in scena: la provincia come nastro consumato
La regia lavora per accumulo di superfici apparentemente ordinarie: il campo da football, la scuola, il supermercato, il salotto familiare, il vialetto suburbano. Nulla sembra gotico in senso tradizionale, eppure tutto è attraversato da una stanchezza spettrale. Schoenbrun non filma gli anni Novanta come una cartolina affettuosa, ma come un archivio emotivo deteriorato. I colori rosa, viola e blu che filtrano dallo schermo hanno una bellezza malata; non decorano il mondo, lo contaminano. Quando Owen guarda The Pink Opaque, lo spettatore non assiste a una semplice citazione televisiva: entra in una liturgia privata, in una seduta notturna davanti a un apparecchio che promette contatto con un altrove.
Il legame tematico con il 7 luglio, giorno della morte di Arthur Conan Doyle nel 1930, può sembrare laterale ma è sorprendentemente fertile. Il dato storico appartiene alla biografia dello scrittore; le testimonianze documentano il suo interesse pubblico per spiritualismo, sedute medianiche e fotografie delle fate di Cottingley; la leggenda culturale lo ha trasformato nel simbolo di una tensione fra indagine razionale e desiderio di aldilà. I Saw the TV Glow vive in una frattura simile, aggiornata al linguaggio pop: non chiede se lo schermo sia davvero un portale in senso letterale, ma mostra quanto bisogno di portali possa nascere in chi non trova posto nel proprio nome, nella propria casa, nel proprio corpo sociale.
Il film trasforma spazi comuni e televisione notturna in una geografia segreta: ogni luce sembra indicare una vita rimasta dall’altra parte.
Suono, musica e televisione: il richiamo dietro la sigla
Le musiche di Alex G sono fondamentali perché non cercano di rendere il film più spiegabile. Al contrario, lo lasciano vibrare in una zona fragile, malinconica, quasi ipnotica. La colonna sonora dialoga con un soundtrack popolato da canzoni e apparizioni musicali che fanno parte della memoria emotiva dell’opera, ma il punto non è il riconoscimento. Il punto è la qualità del suono come ritorno: una sigla, un accordo, un fruscio da videocassetta possono diventare più intimi di una conversazione familiare. In questo senso il film capisce molto bene la televisione prima dello streaming, quando perdere un episodio significava perdere una traccia di sé e registrarlo era già un atto di custodia.
The Pink Opaque, la serie nel film, funziona perché è credibile come mito adolescenziale. Ha mostri, amiche telepatiche, nomi da cult mai esistito e una grammatica che ricorda certe trasmissioni per ragazzi viste troppo tardi per essere davvero innocue. Ma Schoenbrun evita la parodia. Non ride mai della devozione di Owen e Maddy. Anzi, prende sul serio quella devozione fino alle conseguenze più dure: quando un racconto fantastico offre una versione più vera della propria identità, tornare alla normalità non è rassicurante, è una forma di sepoltura.
Lettura critica: identità, disforia e orrore del tempo perso
La lettura queer del film è inevitabile e dichiarata dalla sua stessa costruzione, ma ridurlo a una chiave unica sarebbe impoverirlo. I Saw the TV Glow parla di identità negata, di disforia, di adolescenza come camera chiusa, di adultità vissuta non come maturazione ma come lento soffocamento. La forza dell’opera sta nel rendere queste idee fisiche senza trasformarle in slogan. Owen non è un simbolo trasparente da decifrare; è una persona che impara a convivere con il panico muto di non aver seguito la propria uscita di sicurezza. Justice Smith interpreta questa contrazione con una tristezza trattenuta, fatta di voce bassa, sguardi laterali, esitazioni che sembrano consumare anni.
Brigette Lundy-Paine porta a Maddy un’energia opposta e complementare: più tagliente, più iniziatica, più vicina alla possibilità di rompere il patto con la superficie. Maddy non è soltanto l’amica misteriosa che introduce il protagonista al culto televisivo; è il personaggio che comprende prima degli altri che la realtà può essere una gabbia narrata con troppa sicurezza dagli adulti. Il film non rende questa intuizione comoda. Le sue svolte sono dolorose, a tratti brusche, e la scelta di non offrire una liberazione spettacolare può frustrare chi cerca un horror più tradizionale. Ma proprio lì sta il suo morso: l’orrore non è il mostro che appare, è il tempo che passa mentre si continua a fingere di non sentire.
Visivamente, il film è pieno di immagini che sembrano già ricordi mentre accadono. Il luna park, il supermercato vuoto, i corridoi scolastici, il bagliore televisivo sul volto di Owen: tutto porta il segno di una nostalgia sospetta, non consolatoria. Non c’è il piacere facile del “ti ricordi?”; c’è piuttosto la domanda opposta, più crudele: che cosa abbiamo scambiato per casa solo perché era l’unico posto disponibile? Schoenbrun usa il genere horror per rendere visibile questa domanda senza addomesticarla. La paura non esplode in una sequenza risolutiva; si deposita nel respiro, nelle pause, nella sensazione che ogni anno non vissuto diventi una stanza più stretta.
Limiti e verdetto: un film fragile, necessario, divisivo
I Saw the TV Glow non è un film perfetto, e forse non vuole esserlo. Alcuni spettatori troveranno il ritmo troppo ellittico, la progressione narrativa più emotiva che causale, la componente horror meno frontale rispetto alle aspettative costruite dal marketing. Sono obiezioni comprensibili. La sceneggiatura preferisce l’eco alla spiegazione, l’immagine traumatica alla chiusura, il vuoto alla rassicurazione. In certi passaggi questa scelta produce una distanza reale: il film sembra quasi sottrarsi mentre lo si guarda, come una trasmissione disturbata da interferenze che non sappiamo se correggere o seguire.
Eppure la sua importanza nel panorama horror recente nasce proprio da questa ostinazione. Schoenbrun firma un’opera riconoscibile, personale, capace di usare la cultura pop non come deposito di citazioni ma come spazio spirituale degradato, luogo in cui il desiderio di un’altra vita assume la forma povera e potentissima di un episodio registrato. Il voto ideale è alto ma non cieco: 8 su 10, per un film che può respingere chi cerca paura immediata, ma resta addosso a chi accetta un orrore più intimo, più identitario, più lento nel colpire.
Alla fine, ciò che rimane non è la trama di The Pink Opaque né il dettaglio di un mostro. Rimane l’immagine di un bagliore in una stanza buia, di un volto che capisce troppo tardi di avere confuso la sopravvivenza con la vita. Come nelle vecchie sedute in cui si cercava una voce dall’altra parte, anche qui lo schermo promette contatto e restituisce una domanda. Non chiede se crediamo davvero al portale. Chiede quanto a lungo siamo disposti a restare seduti davanti alla luce, sapendo che forse la persona che doveva attraversarla eravamo noi.


