
Late Night with the Devil è uno di quei film che sembrano arrivare da una vecchia cassetta dimenticata in fondo a un archivio televisivo: la guardi per curiosità, poi ti accorgi che la stanza si è fatta più silenziosa. Diretto da Colin e Cameron Cairnes, presentato nel 2023 e distribuito nel 2024, il film usa la forma del programma in diretta per raccontare una possessione, ma soprattutto per mettere in scena una fame molto umana: quella di essere visti, applauditi, rimessi al centro della luce anche quando la luce comincia a bruciare.
La premessa è semplice e perfida. Siamo nel 1977. Jack Delroy, conduttore del talk show notturno Night Owls, sta perdendo terreno, prestigio e ascolti. La sua trasmissione speciale di Halloween promette medium, scettici, spettacolo, lacrime e forse un contatto con qualcosa che non dovrebbe comparire davanti alle telecamere. A quel punto il film smette di chiedersi se il demone sia reale e comincia a suggerire una domanda più scomoda: quanto era già infestato quello studio prima ancora che qualcuno pronunciasse il nome giusto?
Un found footage che conosce il ritmo della televisione
La forza di Late Night with the Devil non sta solo nell’idea del finto reperto televisivo, ma nella precisione con cui ricostruisce la grammatica del piccolo schermo anni Settanta. Le inquadrature frontali, i sorrisi troppo larghi, le pause pubblicitarie, la musica di raccordo e il pubblico in sala creano una superficie familiare. È proprio quella familiarità a rendere inquietante ogni incrinatura. Quando qualcosa non torna, non sembra l’effetto speciale di un horror moderno: sembra un errore di trasmissione, un problema di nastro, una cosa accaduta davvero mentre nessuno sapeva ancora come reagire.
Il film alterna il materiale “in onda” a momenti dietro le quinte, e questa scelta dà respiro alla tensione. Nei fuori onda Jack non diventa mai davvero più sincero: cambia tono, abbassa il sorriso, ma resta un uomo che sta negoziando con l’immagine di sé. La regia dei Cairnes è intelligente perché non cerca continuamente il salto sulla sedia. Preferisce lasciar crescere il sospetto che ogni gesto televisivo — il rientro dalla pausa, l’applauso, la battuta pronta — sia una piccola liturgia. Lo studio non è soltanto un luogo di lavoro: è un altare alimentato dagli ascolti.
David Dastmalchian e il volto stanco dell’ambizione
David Dastmalchian regge il film con una prova controllata, nervosa, piena di crepe. Jack Delroy non è presentato come un mostro plateale, e questo lo rende più interessante. È un professionista dell’empatia televisiva, uno di quelli che sanno inclinare la testa al momento giusto, trattenere la commozione per mezzo secondo e trasformare il dolore in scaletta. Dastmalchian gli dà un’aria malinconica e predatoria insieme: Jack sembra sempre sul punto di confessare qualcosa, ma ogni confessione diventa una nuova occasione per restare in scena.
Il tema dell’ambizione è centrale. Late Night with the Devil funziona perché non riduce il patto col male a un gesto gotico, firmato col sangue in una stanza buia. Qui il patto ha l’aspetto di una carriera da salvare, di una curva degli ascolti da risollevare, di un lutto che può essere rielaborato solo se torna utile alla narrazione pubblica. Il diavolo, nel film, non deve convincere gli esseri umani a desiderare troppo. Arriva quando quel desiderio è già lì, educato, televisivo, sorridente.
Nel film, il vero punto di rottura non è solo lo studio in scena: è la regia invisibile che continua a mandare in onda l’orrore.
Possessione, scetticismo e spettacolo
La puntata di Halloween mette in fila figure tipiche del racconto occulto: il medium, lo scettico, la parapsicologa, la giovane sopravvissuta a una setta satanica. Sulla carta potrebbero sembrare pedine prevedibili, ma il film le usa come strumenti di pressione. Ognuno porta nello studio un modo diverso di controllare il mistero. C’è chi vuole venderlo, chi vuole smontarlo, chi vuole studiarlo, chi è costretto a incarnarlo. Nel mezzo resta Jack, che finge di moderare il conflitto mentre lo alimenta con l’abilità di chi sa che il disastro fa share.
La possessione di Lilly è efficace perché non viene trattata soltanto come esplosione soprannaturale. È una presenza che destabilizza il linguaggio televisivo. Il corpo della ragazza, la voce che cambia, gli accenni a ciò che Jack potrebbe aver nascosto: tutto interrompe il patto tacito tra conduttore e pubblico. Non siamo più davanti a una performance da giudicare, ma davanti a qualcosa che giudica chi guarda. Il film sa che l’orrore più forte nasce quando lo spettatore si scopre complice della trasmissione, desideroso di vedere fino a che punto si possa andare.
La paura migliore è quella che resta in bassa frequenza
Chi cerca un horror aggressivo, pieno di sangue e apparizioni continue, potrebbe trovare Late Night with the Devil più controllato del previsto. La sua paura lavora in bassa frequenza. Sta nella sensazione che ogni elemento dello studio sia stato disposto per un sacrificio: le luci calde, le poltrone, il sipario, il pubblico disciplinato, le telecamere che non distolgono lo sguardo. Anche quando il film alza il volume, conserva un’ambiguità interessante tra trucco, suggestione e condanna.
Non tutto è perfetto. Alcuni passaggi finali spingono verso una spiegazione più esplicita e possono dividere chi preferiva il mistero lasciato ai margini del nastro. Eppure quella scelta è coerente con il percorso di Jack: più la notte procede, più l’immagine pubblica collassa e lascia uscire ciò che era stato montato, tagliato, nascosto. Il film perde forse un filo di sottigliezza, ma guadagna una chiusura febbrile, quasi da incubo televisivo che ha imparato a trasmettersi da solo.
Perché funziona ancora dopo la visione
La ragione per cui Late Night with the Devil resta addosso non è soltanto l’estetica vintage, per quanto curata. È l’idea che il male non entri nello studio come un intruso, ma come un ospite perfettamente compatibile con il formato. Il talk show promette verità, emozione e intrattenimento; il demone offre esattamente la stessa cosa, solo senza più fingere che ci sia una linea morale da rispettare. In questo senso il film è una recensione feroce della nostra voglia di spettacolo prima ancora che una storia di possessione.
Colin e Cameron Cairnes costruiscono un horror compatto, elegante, più inquieto che spaventoso in senso tradizionale. La durata di 93 minuti aiuta: non c’è spazio per lungaggini, e la struttura della diretta mantiene una tensione costante. Le musiche di Glenn Richards e Roscoe James Irwin accompagnano senza invadere, evocando quel misto di intrattenimento notturno e minaccia rituale che definisce l’intero film. Il risultato è una piccola macchina nera: non rivoluziona il genere, ma trova un dispositivo forte e lo porta fino in fondo con personalità.
Il verdetto di Residuoscuro è positivo. Late Night with the Devil merita la visione perché capisce una cosa essenziale: l’horror non deve sempre portarci in una casa infestata. A volte basta accendere una telecamera, mettere un uomo disperato davanti al pubblico e lasciargli credere che, per una notte, qualsiasi prezzo sia accettabile pur di non essere dimenticato.


