Recensione Horror

The Exorcism: recensione del set dove il trauma recita da demone

Recensione di The Exorcism, horror 2024 diretto da Joshua John Miller con Russell Crowe: set maledetto, trauma familiare, musiche di Bensi e Jurriaans e poster ufficiale.

Pubblicato 11 Luglio 2026 10:38 7 minuti di lettura
The Exorcism: recensione del set dove il trauma recita da demone
RegiaJoshua John Miller
Anno2024
Durata95 minuti
MusicaDanny Bensi e Saunder Jurriaans

Sul pavimento di un set horror, i cavi non fanno rumore. Restano lì, neri, arrotolati male, mentre qualcuno sposta una croce scenica, un tecnico abbassa una lampada e l’attore principale torna in camerino con il volto ancora sporco di trucco. The Exorcism comincia davvero in questa zona intermedia: non nel posseduto che urla, ma nel mestiere che prova a trasformare il trauma in prestazione ripetibile, in battuta da dire al momento giusto, in tremore da consegnare alla macchina da presa.

Diretto da Joshua John Miller, scritto con M.A. Fortin e uscito nel 2024, The Exorcism dura 95 minuti e ha musiche di Danny Bensi e Saunder Jurriaans. Russell Crowe interpreta Anthony Miller, attore segnato da dipendenze, lutti e colpe familiari, chiamato a sostituire un collega morto durante la lavorazione di un film di esorcismo. Accanto a lui ci sono Ryan Simpkins nel ruolo della figlia Lee, Sam Worthington, Chloe Bailey, Adam Goldberg e David Hyde Pierce. Il dato produttivo conta: Miller è figlio di Jason Miller, il padre Karras de L’esorcista, e il film sembra nascere proprio da quell’eredità ingombrante, dall’idea che certi ruoli non finiscano quando si spegne il proiettore.

Regia e contesto: un film dentro il film, non un semplice doppio

La premessa è quasi metacinematografica in modo dichiarato: un attore interpreta un prete in un film maledetto e comincia a perdere il controllo. Sarebbe facile usarla come puro gioco di specchi, un catalogo di citazioni sul cinema horror e sui set infestati. Joshua John Miller sceglie invece una strada più irregolare. The Exorcism è meno interessato alla mitologia del “film cursed” che alla fatica di recitare quando il corpo è già una casa occupata. Anthony Miller non deve soltanto fingere la paura; deve negoziare con ciò che il lavoro gli chiede di rendere visibile, cioè una vulnerabilità che lui ha passato anni a coprire con alcol, rabbia e professionismo.

Il contesto dell’11 luglio aggiunge una risonanza inattesa. All’alba dell’11 luglio 1804 Alexander Hamilton e Aaron Burr si affrontarono a duello a Weehawken; Hamilton morì il giorno seguente, e la scena storica è diventata un emblema di reputazione, offesa pubblica e ferite che sopravvivono al colpo. Nel film di Miller il duello non è con una pistola, ma con un’immagine di sé che non vuole morire: l’attore rispettabile contro il padre fallito, il professionista contro il dipendente, il protagonista contro l’uomo che la figlia ha imparato a temere. Il set diventa il luogo dove l’onore, parola antica e pericolosa, viene sostituito dalla performance.

Scheda film essenziale

Titolo originale: The Exorcism. Anno: 2024. Regia: Joshua John Miller. Durata: 95 minuti. Musiche: Danny Bensi e Saunder Jurriaans. Interpreti principali: Russell Crowe, Ryan Simpkins, Sam Worthington, Chloe Bailey, Adam Goldberg, David Hyde Pierce. Questi dati sono importanti perché aiutano a separare il film dalla confusione generata dal titolo e dalla presenza di Crowe: non è The Pope’s Exorcist, non è un seguito, non è un horror ecclesiastico tradizionale. È un racconto di possesso filtrato dal lavoro dell’attore, dalla famiglia e dal cinema come macchina che chiede dolore credibile.

La distinzione pesa anche sulla lettura critica. Chi entra aspettandosi un esorcismo classico, con regole demonologiche ordinate, può trovare il film frustrante. The Exorcism procede per scarti: momenti di set, crisi private, allucinazioni, ricadute emotive, paura soprannaturale. Non sempre l’insieme è fluido; a tratti la scrittura sembra voler tenere aperte troppe porte contemporaneamente. Ma quando il film accetta la propria natura più sporca, quella di dramma familiare travestito da possession movie, trova un’energia più personale e meno intercambiabile.

Messa in scena: il set come stanza infestata

La cosa migliore del film è l’uso dello spazio professionale come spazio malato. I teatri di posa, i corridoi, le luci provvisorie e le stanze di trucco non vengono trattati come semplice backstage. Sono luoghi dove ogni oggetto ha una doppia vita: una croce è un elemento scenografico e un simbolo; una camera è uno strumento tecnico e un occhio giudicante; il copione è lavoro quotidiano e formula rituale. Questa ambiguità permette al film di costruire un disagio concreto, più interessante delle apparizioni in sé. L’orrore non è soltanto “qualcosa” che entra nel set: è il set stesso che autorizza tutti a osservare un uomo mentre si sgretola.

Russell Crowe porta ad Anthony una pesantezza fisica coerente con il personaggio. Non interpreta la fragilità come grazia, ma come attrito: spalle chiuse, voce che cerca controllo, improvvise crepe di irritazione. Il film funziona soprattutto quando gli lascia spazio per mostrare la vergogna di chi sa di aver fatto male e teme che ogni gesto di riparazione arrivi troppo tardi. Ryan Simpkins gli oppone una presenza più secca, meno melodrammatica di quanto la premessa farebbe pensare. Il rapporto padre-figlia è il vero centro emotivo: la possessione, reale o metaforica, diventa il nome mostruoso di una responsabilità rimandata.

Camerino buio di uno studio cinematografico con specchio incrinato e lampada accesaNel film il backstage non è un rifugio: è il punto in cui trucco, memoria e colpa restano accesi anche quando la scena è finita.

Suono e musica: Bensi e Jurriaans tra pressione e sottrazione

Le musiche di Danny Bensi e Saunder Jurriaans lavorano meglio quando non cercano l’enfasi immediata. La loro partitura conosce bene il territorio del thriller psicologico e dell’inquietudine trattenuta: basse frequenze, tessiture che sembrano respirare dietro la parete, tensioni che non esplodono sempre in modo prevedibile. In The Exorcism questo approccio aiuta a tenere insieme il soprannaturale e la crisi personale. Il suono suggerisce spesso una pressione più che una presenza: qualcosa che schiaccia Anthony dall’interno, prima ancora di minacciarlo dall’esterno.

Non tutto, però, è calibrato con la stessa finezza. Alcuni passaggi cedono a soluzioni più convenzionali, come se il film temesse di non essere riconoscibile abbastanza come horror contemporaneo. Quando arrivano i segnali più espliciti, il mistero perde un po’ della sua forza. La parte più disturbante resta quella in cui il confine è incerto: un esitazione durante una battuta, un volto che non rientra subito in sé, un silenzio sul set che nessuno sa se interrompere. Lì la colonna sonora e il sound design trovano la misura giusta, perché fanno sentire la vergogna prima del demone.

Lettura critica: trauma, fede e spettacolo del dolore

Il film è discusso anche perché non mantiene sempre le promesse della sua idea centrale. La componente demoniaca può sembrare meno incisiva del dramma umano, e alcune svolte narrative arrivano con una fretta che indebolisce la tensione accumulata. Ma questa imperfezione non cancella ciò che The Exorcism ha di interessante: il modo in cui collega la possessione al lavoro emotivo dell’attore. Anthony viene pagato per incarnare un uomo di fede, ma non riesce a credere pienamente né in Dio né nella propria possibilità di essere perdonato. Il ruolo lo costringe a ripetere una domanda che non è religiosa soltanto in superficie: chi parla quando io non riesco più a governarmi?

Fatto, testimonianza e leggenda vanno tenuti distinti. Il fatto filmico è un horror del 2024 diretto da Joshua John Miller, costruito attorno a un set e a una crisi familiare. La testimonianza interna è quella di Lee, figlia che osserva il padre e non sa più se sta assistendo a una ricaduta, a una malattia o a qualcosa di davvero maligno. La leggenda è quella dei set maledetti, dei ruoli che contaminano chi li interpreta, della lunga ombra lasciata dal cinema di esorcismi dopo il 1973. L’interpretazione più utile non è chiedersi quale livello “vince”, ma vedere come il film sfrutti l’ambiguità per parlare della paura di essere definiti per sempre dal danno compiuto.

Verdetto

The Exorcism non è un film perfettamente posseduto dalla propria forma. Ha passaggi bruschi, qualche scorciatoia di genere e un finale che avrebbe potuto scavare con più crudeltà nelle conseguenze emotive. Eppure merita attenzione perché tenta una via meno automatica dell’ennesimo esorcismo da manuale: mette al centro un corpo d’attore, una famiglia ferita e un’industria che sa trasformare qualunque dolore in materiale drammatico. La regia di Miller è più convincente quando resta vicina agli spazi del lavoro, agli sguardi laterali, alla sensazione che il male non abbia bisogno di porte che sbattono se può usare una call sheet e un primo piano.

Il voto è medio-alto per ambizione, atmosfera e interpretazione di Russell Crowe, più che per compattezza narrativa. Il film lascia addosso un’immagine precisa: non il demone in piena luce, ma una sedia da regista rimasta vuota davanti a un set spento, mentre qualcuno ha dimenticato di staccare la corrente. Come nel duello di Weehawken, il colpo decisivo sembra già partito quando tutti cominciano a discutere di responsabilità. La differenza è che qui il fumo non esce da una pistola: sale piano da una lampada di scena, e per un momento sembra trucco, polvere, o qualcosa che ha imparato a recitare meglio degli uomini.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.