Recensione Horror

The Wailing: recensione del male che cambia volto a ogni risposta

Recensione di The Wailing, capolavoro horror coreano di Na Hong-jin: un villaggio, un rituale e un male che cambia volto a ogni risposta.

Pubblicato 23 Giugno 2026 16:30 7 minuti di lettura
The Wailing: recensione del male che cambia volto a ogni risposta
RegiaNa Hong-jin
Anno2016
Durata156 minuti
MusicaJang Young-gyu e Dalpalan

La prima certezza di The Wailing dura poco: un villaggio si sveglia sotto la pioggia, la polizia arriva tardi, il sangue ha già sporcato la casa e nessuno sa più nominare il male senza cambiarne forma. Na Hong-jin apre il suo film come un crime rurale, poi lo lascia marcire lentamente in qualcosa di più instabile: epidemia, possessione, vendetta, follia collettiva, inganno demoniaco, superstizione, colpa. Ogni risposta sembra salvare per un istante il protagonista, e subito dopo lo tradisce. È questo il cuore dell’opera: non l’orrore di non sapere, ma l’orrore di credere finalmente di sapere quando ormai è troppo tardi.

Uscito in Corea del Sud nel 2016, scritto e diretto da Na Hong-jin, The Wailing dura 156 minuti e porta le musiche di Jang Young-gyu e Dalpalan dentro un paesaggio che non smette mai di sembrare bagnato, febbrile, contaminato. Il titolo originale, Gokseong, coincide con il nome della contea in cui è ambientata la storia, ma richiama anche un lamento: non un grido esplosivo, piuttosto un suono che continua dopo il trauma. Il film non corre verso una spiegazione; la usa come esca, la sposta, la rende sospetta, finché lo spettatore finisce nella stessa posizione del poliziotto Jong-goo, interpretato da Kwak Do-won: impaurito, ridicolo, disperato, pronto ad affidarsi all’ultimo segno disponibile.

Un’indagine che si ammala insieme al villaggio

Jong-goo non è l’investigatore lucido che domina il caos. È un uomo comune con una divisa, un padre stanco, un poliziotto impacciato che reagisce spesso in ritardo e capisce quasi sempre a metà. La sua debolezza è decisiva, perché impedisce al film di diventare un semplice rompicapo soprannaturale. Quando nel villaggio iniziano omicidi inspiegabili e malattie violente, lui non interpreta subito gli eventi come segni metafisici: li guarda con confusione, vergogna, superstizione crescente. Il male entra così nella storia non come un mostro dichiarato, ma come un’infezione del giudizio.

La regia lavora per accumulo. Una casa del delitto, una voce sullo straniero giapponese che vive nei boschi, un corpo pieno di pustole, un cane, una fotografia, una bambina che cambia sguardo, una donna misteriosa vestita di bianco: ogni elemento potrebbe essere prova, trappola o coincidenza. Na Hong-jin non distribuisce indizi per farci arrivare ordinatamente alla verità; li dispone come oggetti contaminati. Toccarne uno significa desiderare un’interpretazione, ma anche esporsi alla possibilità che l’interpretazione sia stata preparata da qualcun altro.

Il male come cambio continuo di maschera

Il film rende inaffidabile ogni certezza perché associa il male a figure che non restano mai ferme. Lo straniero interpretato da Jun Kunimura può sembrare capro espiatorio razzista, sciamano oscuro, vittima, predatore, demone o semplice corpo su cui il villaggio proietta la propria paura. La donna in bianco, interpretata da Chun Woo-hee, appare come testimone, avvertimento, presenza protettiva o enigma manipolatorio. Il rituale condotto dallo sciamano Il-gwang, a cui Hwang Jung-min presta un’energia teatrale e ambigua, sembra insieme cura, spettacolo, esorcismo e aggressione. Nessuno occupa una sola funzione abbastanza a lungo da consentire pace.

Questa ambiguità non è un trucco gratuito. È il modo in cui The Wailing racconta la paura di sbagliare alleanza quando la posta è la vita di una figlia. Jong-goo non cerca una verità astratta: cerca di salvare Hyo-jin. Per questo ogni nuovo segno lo spinge ad agire, anche quando agire significa consegnarsi a una lettura forse falsa. Il film capisce che il terrore morale nasce proprio lì, nel momento in cui la prudenza diventa impossibile. Se aspetti, perdi tempo. Se scegli, potresti scegliere il carnefice.

Rituali, sciamanesimo e spettacolo della fede

La grande sequenza rituale è una delle più potenti del cinema horror degli ultimi anni. Montata in parallelo con una violenza che sembra rispondere a distanza, trasforma tamburi, coltelli, sudore, versi animali e abiti cerimoniali in una battaglia percettiva. Non sappiamo più chi stia colpendo chi, se il rito stia liberando o ferendo, se la trance sia medicina o teatro. Le musiche di Jang Young-gyu e Dalpalan non si limitano ad accompagnare: entrano nel corpo del montaggio, lo accelerano, lo fanno tremare come se anche il film fosse sottoposto a esorcismo.

Qui la contaminazione di generi raggiunge il punto più alto. The Wailing è procedural, commedia nera, melodramma familiare, folk horror, possession movie e tragedia religiosa, ma non passa da un registro all’altro per virtuosismo. Li lascia convivere perché la realtà del villaggio è già mescolata. Una battuta goffa può precedere una visione atroce; una scena domestica può diventare un presagio; una credenza popolare può essere ridicola al mattino e necessaria di notte. Il film non chiede allo spettatore di scegliere tra razionalità e superstizione: mostra quanto entrambe possano essere insufficienti quando la paura prende il comando.

Casa rurale coreana all’alba con candele consumate ed erbe appese, atmosfera rituale di The WailingNel mondo di The Wailing, gli oggetti quotidiani sembrano sempre sul punto di diventare prove, talismani o menzogne.

Il paesaggio come organismo infetto

La fotografia di Hong Kyung-pyo dà al villaggio un peso fisico straordinario. Le strade fangose, i boschi umidi, le case basse, le montagne e i cortili non sono semplice sfondo: sembrano un organismo che trattiene febbre e memoria. La pioggia non purifica, anzi diffonde. Il verde non consola, marcisce. La distanza tra le abitazioni non produce isolamento romantico, ma ritardo: quando qualcuno capisce che sta accadendo qualcosa, il male è già passato altrove. Pochi horror recenti hanno saputo usare così bene la geografia rurale come sistema nervoso.

In questo senso il film dialoga con il folk horror senza copiarne i codici europei. Non ci sono soltanto tradizioni locali o credenze arcaiche che tornano a reclamare sangue; c’è una comunità contemporanea che non sa più distinguere informazione, voce, pregiudizio e presagio. Lo straniero giapponese porta con sé anche una tensione storica e culturale che il film lascia vibrare senza ridurla a tesi. Il sospetto verso l’altro diventa una scorciatoia narrativa per i personaggi, ma proprio perché è una scorciatoia può essere manipolato. Il demoniaco, se esiste, sa usare anche i riflessi sociali più sporchi.

Una paternità messa sotto processo

Al centro di tutto resta il rapporto tra Jong-goo e la figlia Hyo-jin. Kim Hwan-hee offre alla bambina una trasformazione inquietante perché non la rende mai solo “posseduta”: alterna fragilità, rabbia, oscenità improvvisa, vuoti di sguardo e lampi di dolore. Ogni scena familiare sposta il film dal mistero alla ferita. Jong-goo può essere comico, vigliacco, violento o ingenuo, ma quando guarda la figlia il racconto trova una disperazione elementare. Non deve salvare il villaggio, deve salvare lei. E proprio questa urgenza lo rende vulnerabile alla menzogna.

La sua colpa non è soltanto non capire. È voler trasformare la paura in azione prima di essere pronto a pagarne il prezzo. Na Hong-jin costruisce così un protagonista moralmente scomodo: non un eroe puro, non un investigatore brillante, ma un padre che sbaglia perché ama e ama in modo insufficiente, confuso, umano. Il film diventa crudele perché non gli concede una scena di redenzione semplice. Ogni scelta porta una macchia. Ogni tentativo di protezione può diventare la porta da cui entra ciò che avrebbe dovuto restare fuori.

Finale e ambiguità: perché la spiegazione non libera

Il finale di The Wailing è così discusso perché non funziona come una chiave che apre tutto, ma come una chiave che potrebbe essere stata duplicata dal nemico. Il film offre immagini forti, rivelazioni, coincidenze e conferme apparenti; eppure lascia in piedi una domanda più dolorosa della soluzione: quando abbiamo cominciato a credere alla versione sbagliata? La potenza della chiusura non dipende solo dal colpo narrativo, ma dalla sensazione retroattiva che il nostro desiderio di ordine sia stato usato contro di noi.

È raro trovare un horror così lungo e insieme così coerente nella propria instabilità. I 156 minuti non sono una dilatazione arbitraria: servono a farci vivere più cicli di ipotesi, rifiuto e nuovo affidamento. Ogni volta che il racconto sembra avere trovato un centro, una scena successiva lo inclina. Per questo il film resta addosso non come un enigma da risolvere in una scheda, ma come una ferita interpretativa. Si può discutere chi sia davvero il mostro, ma la domanda più disturbante è un’altra: che cosa siamo disposti a fare quando qualcuno ci promette una risposta abbastanza chiara da smettere di tremare?

Verdetto Residuoscuro

The Wailing è uno dei grandi horror del cinema coreano contemporaneo perché non separa mai paura, atmosfera e responsabilità morale. Na Hong-jin firma un’opera densissima, sporca, a tratti quasi sfinente, ma sempre governata da una precisione emotiva feroce. Le interpretazioni di Kwak Do-won, Hwang Jung-min, Chun Woo-hee, Jun Kunimura e Kim Hwan-hee tengono insieme registri difficilissimi; la fotografia di Hong Kyung-pyo e le musiche di Jang Young-gyu e Dalpalan trasformano il villaggio in una trappola sensoriale.

Il voto è 9,1: altissimo per ambizione, costruzione dell’ambiguità, uso del paesaggio e capacità di far convivere indagine, possessione, rituale e tragedia familiare senza pacificarli. Non è un film “facile”, e proprio questa resistenza fa parte della sua grandezza. Alla fine rimane l’immagine di una soglia, di una mano che potrebbe non dover aprire, di un padre che ascolta la voce sbagliata nel momento in cui avrebbe più bisogno del silenzio.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.