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Brian De Palma prima di Carrie: lo sguardo che prepara il massacro pop

Nell’anniversario della nascita di Brian De Palma, il percorso che porta a Carrie rivela come sguardo, vergogna e mito pop abbiano ridefinito l’horror moderno.

Pubblicato 11 Settembre 2026 07:04 7 minuti di lettura
Brian De Palma prima di Carrie: lo sguardo che prepara il massacro pop

Alle undici di mattina, in una sala universitaria americana, un ragazzo può scoprire che il cinema non è una finestra ma una trappola. Brian De Palma, nato l’11 settembre 1940 a Newark, New Jersey, arriva alla storia dell’horror prima ancora che l’horror lo reclami: con una macchina da presa che non si accontenta di guardare, ma interroga chi guarda. È questo il dettaglio decisivo da mettere a fuoco nell’anniversario della sua nascita: prima del sangue sul palco di Carrie, prima dell’immagine diventata leggenda, c’è un apprendistato dello sguardo, una lunga educazione al sospetto.

Per Residuoscuro l’urgenza non è celebrare un compleanno da calendario, ma capire come un regista cresciuto tra cinema indipendente, satira politica, thriller psicologico e ossessioni hitchcockiane abbia preparato una delle icone più persistenti del terrore pop. Carrie, uscito nel 1976 e tratto dal romanzo d’esordio di Stephen King, non nasce nel vuoto: raccoglie corpi umiliati, stanze sorvegliate, famiglie oppressive, adolescenza trasformata in tribunale. Il fatto documentato è semplice; l’onda culturale che ne deriva è più inquieta.

Il fatto: un regista prima dell’icona

Le schede biografiche e filmografiche registrano Brian Russell De Palma come nato a Newark l’11 settembre 1940. Prima di diventare uno dei nomi centrali della New Hollywood, attraversa il cinema con opere che mettono già in scena il controllo dell’immagine: cortometraggi, film indipendenti, commedie nere, esperimenti visivi. Titoli come Greetings e Hi, Mom!, legati anche alla stagione iniziale di Robert De Niro, osservano l’America con un’ironia nervosa; Sisters, nel 1972, avvicina esplicitamente il territorio del thriller e del perturbante; Phantom of the Paradise, nel 1974, trasforma spettacolo, musica e mostruosità in una macchina barocca; Obsession, nel 1976, mostra quanto il fantasma di Hitchcock sia già parte del suo vocabolario.

Quando arriva Carrie, De Palma non sta semplicemente illustrando una trama di telecinesi adolescenziale. Sta innestando un racconto di persecuzione dentro una grammatica visiva che conosce voyeurismo, montaggio, split screen, rallentamenti, soggettive e improvvisi ribaltamenti del punto di vista. Il fatto storico è verificabile: il film del 1976 con Sissy Spacek e Piper Laurie diventa una delle prime grandi trasposizioni cinematografiche da Stephen King e contribuisce a fissare il romanzo nella memoria popolare. La testimonianza critica, accumulata negli anni da dizionari, archivi e studi sul cinema, insiste su un punto: la forza del film non dipende solo dall’evento soprannaturale, ma da come lo sguardo lo prepara.

La testimonianza: scuola, corpo e sorveglianza

In Carrie l’orrore comincia in uno spazio quotidiano: lo spogliatoio scolastico, le docce, il corpo di una ragazza che scopre il sangue e riceve in cambio derisione. Prima della vendetta c’è una scena di esposizione. Carrie White non è soltanto una figura dotata di potere; è una persona resa visibile contro la propria volontà. La macchina da presa di De Palma registra questo trauma con una ambiguità che ancora disturba: ci costringe a vedere, e subito dopo ci mette davanti alla violenza implicita del vedere.

Le testimonianze sul film, dalle schede d’archivio alle letture critiche, convergono su alcuni elementi concreti: la religiosità fanatica della madre Margaret, il ballo scolastico come rito collettivo, l’umiliazione pubblica, la musica di Pino Donaggio che accompagna tenerezza e minaccia senza separarle del tutto. Questi dati non sono ornamenti. Servono a distinguere il racconto dal mito successivo. Il film parla di adolescenti, ma non addolcisce l’adolescenza; parla di famiglia, ma la mostra come luogo di prigionia; parla di spettacolo, ma trasforma il palcoscenico del prom in un tribunale pieno di sorrisi.

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La leggenda: il sangue sul palco

La leggenda comincia quando un’immagine smette di appartenere soltanto al film. Carrie, immobile sotto il secchio rovesciato, coperta di sangue davanti a una platea che ride, è diventata una sintesi visiva autonoma: la vergogna che si fa incendio, la vittima che assorbe l’odio del gruppo e lo restituisce come catastrofe. Qui bisogna essere precisi. Il sangue del prom non è un fatto reale, non è cronaca, non è testimonianza; è una costruzione narrativa e cinematografica. Ma la sua persistenza nella cultura horror funziona come una leggenda moderna: tutti la riconoscono, anche quando non ricordano ogni svolta della storia.

De Palma costruisce quella leggenda con strumenti molto terreni. La festa, le luci, la corona, l’applauso e il secchio sospeso sono meccanismi di attesa. Lo spettatore sa più dei personaggi, e questa differenza genera una tensione quasi crudele. Quando l’evento accade, la violenza non esplode come un fulmine isolato; sembra l’esito matematico di tutto ciò che il film ha disposto davanti ai nostri occhi. La telecinesi, in questa lettura, non cancella il realismo emotivo: lo amplifica. Il potere soprannaturale di Carrie rende visibile una pressione sociale che nel mondo reale rimane spesso senza effetti spettacolari, ma non per questo meno distruttiva.

L’interpretazione: il massacro pop come grammatica

Parlare di “massacro pop” non significa ridurre Carrie a un’icona da poster. Significa riconoscere che De Palma capisce il rapporto tra trauma privato e immagine condivisa. La paura non resta chiusa nella casa dei White o nei corridoi della scuola: passa attraverso il montaggio, il colore, la musica, il rito pubblico della festa. Il prom è una scenografia americana riconoscibile, quasi innocente; proprio per questo, quando viene contaminato, il trauma diventa esportabile. Non serve conoscere Newark, Hollywood o la New Hollywood per sentire la minaccia: basta avere memoria di una stanza piena di persone che giudicano.

La lettura contemporanea aggiunge un livello ulteriore. Oggi Carrie parla a un pubblico abituato alla sorveglianza continua, all’umiliazione virale, alla trasformazione dei corpi in contenuto. De Palma non poteva prevedere i social network, ma il suo cinema aveva già intuito che lo sguardo collettivo può essere un’arma. La macchina da presa, nel suo lavoro, raramente è innocente: spia, seleziona, divide lo spazio, isola un dettaglio, costringe lo spettatore a domandarsi dove finisce la curiosità e dove comincia la complicità.

Prima di Carrie: l’ombra di Hitchcock e la ferita americana

Il percorso precedente di De Palma rende più chiara la potenza del film. L’eco di Hitchcock non è una citazione sterile: è un laboratorio. Da Psycho arriva l’idea che la violenza possa abitare dietro una porta domestica; da Vertigo la fascinazione per il doppio, per l’immagine inseguita e ricostruita; dal thriller classico il piacere colpevole della suspense. Ma De Palma sposta questi strumenti dentro un’America degli anni Settanta più sporca, più rumorosa, meno fiduciosa nelle istituzioni e nelle famiglie. La sua eleganza formale non ripulisce il mondo: lo rende più instabile.

In questa prospettiva Carrie non è soltanto il film che consacra un romanzo di King; è il punto in cui diverse paure si riconoscono nella stessa superficie. Il corpo femminile sorvegliato, la religione deformata in controllo, la scuola come comunità punitiva, la festa come sacrificio, la casa come camera di contenimento: ogni elemento ha un peso narrativo e simbolico. Il soprannaturale non arriva per decorare il dramma. Arriva perché il dramma, da solo, ha già accumulato troppa energia.

Eredità: quando una scena continua a guardarci

Il lascito horror di Carrie si misura nella quantità di film, serie, videoclip e racconti che hanno ripreso l’immagine dell’adolescente esclusa, del ballo contaminato, della vendetta nata da una ferita pubblica. Ma la sua eredità più profonda sta forse altrove: nell’aver mostrato che l’orrore pop può essere insieme melodramma, rito sociale e dispositivo di sguardo. De Palma non chiede allo spettatore soltanto di temere Carrie; gli chiede di ricordare chi l’ha messa al centro della stanza, chi ha riso, chi ha aspettato il momento della caduta.

Fatto, testimonianza, leggenda e interpretazione restano quindi separati ma comunicanti. Il fatto: Brian De Palma nasce l’11 settembre 1940 e firma nel 1976 un film decisivo per la storia dell’horror. La testimonianza: archivi e critica riconoscono in Carrie un punto cardine della sua filmografia e dell’adattamento kinghiano. La leggenda: il sangue del prom diventa immagine collettiva. L’interpretazione: prima ancora del massacro, De Palma aveva preparato una domanda che non ha perso forza. Quando guardiamo l’umiliazione di Carrie, siamo spettatori o parte della sala? La risposta, mezzo secolo dopo, continua a sporcare la luce del palco.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.