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Roald Dahl e la fiaba nera: perché i bambini ricordano meglio le streghe

Roald Dahl, nato il 13 settembre 1916, e la precisione oscura con cui la fiaba moderna trasforma streghe, scuole e adulti crudeli in memoria della paura.

Pubblicato 13 Settembre 2026 07:00 6 minuti di lettura
Roald Dahl e la fiaba nera: perché i bambini ricordano meglio le streghe

Nel capanno di Great Missenden, la sedia aveva un taglio circolare nello schienale, il plaid proteggeva le gambe, la tavoletta da scrittura poggiava sulle ginocchia e la matita correva su fogli gialli come se ogni parola dovesse prima attraversare una stanza fredda. È da un dettaglio così concreto, quasi domestico, che conviene avvicinare Roald Dahl nel giorno della sua nascita, il 13 settembre 1916: non dal ritratto rassicurante dello scrittore per bambini, ma dal laboratorio in cui la fiaba moderna imparò a sorridere mostrando i denti.

Per Residuoscuro, Dahl è urgente perché dimostra una cosa che l’horror conosce bene: l’infanzia non ricorda soltanto ciò che consola, ma soprattutto ciò che le dà una forma al buio. Le streghe, le zie crudeli, i giganti, i genitori distratti, gli adulti puniti con una logica feroce non sono decorazioni gotiche appoggiate su storie allegre. Sono strumenti narrativi precisi, capaci di trasformare paura e ingiustizia in immagini che restano. Il punto non è dire che Dahl scrivesse horror per bambini; il punto è capire come la sua fiaba nera abbia insegnato a generazioni di lettori che il mostro più memorabile spesso entra in scena con una voce educata.

Il fatto: una biografia attraversata da guerra, scuola e disciplina del racconto

Roald Dahl nacque a Llandaff, Cardiff, da una famiglia di origine norvegese. Le biografie ricordano l’infanzia segnata dalla perdita del padre, gli anni nei collegi britannici, l’esperienza nella Royal Air Force durante la Seconda guerra mondiale, il periodo legato all’intelligence e poi la lunga vita di scrittore nel Buckinghamshire. Sono dati verificabili, non atmosfera: prima di diventare autore di Charlie and the Chocolate Factory, James and the Giant Peach, Matilda e The Witches, Dahl aveva conosciuto istituzioni rigide, incidenti, lutti, gerarchie e un mondo adulto spesso poco incline alla tenerezza.

Questo non significa trasformare ogni pagina in confessione mascherata. Sarebbe una scorciatoia. Significa però riconoscere che la sua narrativa nasce dentro una sensibilità addestrata a vedere il potere quando si presenta in forme quotidiane: il maestro, il medico, la zia, il direttore, il vicino rispettabile. Nei libri per bambini il male raramente è astratto; ha un odore, un cappotto, una stanza, un’abitudine. Nei racconti per adulti, resi celebri anche da Tales of the Unexpected, la crudeltà si fa ancora più asciutta: matrimoni come trappole, vendette preparate con pazienza, colpi di scena che non salvano nessuno ma rivelano ciò che era già marcio.

La testimonianza delle opere: bambini intelligenti e adulti mostruosi

La testimonianza più solida, in questo caso, non viene da un fantasma ma dai testi. In The Witches, pubblicato nel 1983, le streghe non portano soltanto cappelli a punta: si mimetizzano, organizzano congressi, odiano i bambini con una metodica freddezza burocratica. Il terrore funziona perché non resta fuori dalla società; la abita. La Grand High Witch è memorabile non perché sia semplicemente deforme, ma perché governa, pianifica, convince, punisce. Il bambino lettore capisce prima degli adulti che il male può indossare una maschera accettabile.

In Matilda, Miss Trunchbull occupa un territorio simile. Non è una creatura soprannaturale, eppure viene ricordata come un mostro fiabesco: solleva, chiude, umilia, lancia, disciplina. La scuola diventa castello, la direttrice diventa orco, la biblioteca diventa rifugio. Dahl lavora spesso su questa conversione: prende un luogo riconoscibile e lo sposta di pochi gradi, abbastanza perché il lettore veda ciò che prima era nascosto. La paura, così, non cancella la realtà; la mette in evidenza.

La leggenda: il fabbricante di infanzie stregate

La leggenda popolare ha ridotto Dahl a un fabbricante di infanzie eccentriche, tutte cioccolato, giganti gentili e cattivi puniti. È una semplificazione comoda. Dentro quella leggenda, però, c’è un nucleo vero: i suoi mondi sono costruiti perché il bambino non sia soltanto spettatore della paura, ma interprete. La fiaba classica ammoniva, proteggeva, preparava. Dahl riprende quella funzione e la sporca con una comicità aggressiva, con punizioni sproporzionate, con una gioia quasi crudele nel vedere l’autorità scivolare nella propria caricatura.

Il risultato è che i suoi mostri non evaporano quando finisce il libro. Restano perché sono figure con regole. Le streghe hanno guanti, parrucche, narici sensibili; gli adulti tirannici hanno linguaggi, rituali, stanze del potere. La memoria infantile lavora meglio quando può agganciare la paura a dettagli precisi. Un volto generico si perde. Un guanto che nasconde artigli, un odore percepito solo da chi è in pericolo, una torta mangiata fino alla nausea, una bambina che legge per sopravvivere: questi elementi tornano anni dopo con una nitidezza quasi fisica.

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Interpretazione: perché la fiaba diventa horror senza tradire il lettore

La fiaba nera di Dahl non tradisce il lettore bambino perché non gli mente sulla presenza della violenza morale. Al contrario, la organizza. Il mondo adulto nei suoi libri è spesso arbitrario, e proprio per questo la storia deve diventare esatta: ogni punizione, ogni fuga, ogni trasformazione ha una forma leggibile. L’horror, quando è efficace, fa la stessa cosa. Non elimina il caos, ma lo dispone in una figura che possiamo guardare. Dahl consegna ai bambini una grammatica della paura: riconosci il pericolo, dagli un nome, osserva il suo punto debole.

Questo spiega perché le streghe si ricordino meglio di tante fate benefiche. La fata consola e sparisce; la strega impone una domanda. Dove si nasconde? Come si riconosce? Perché gli adulti non la vedono? Nella memoria resta ciò che costringe il lettore a partecipare. Dahl non addomestica completamente l’orrore: lo rende narrabile. È una differenza decisiva, perché il racconto non cancella la paura ma la rende attraversabile. Il bambino non viene protetto dal buio con una luce sempre accesa; riceve una torcia e l’ordine implicito di usarla bene.

Il lato documentato dell’ombra: successo, controversie e responsabilità

Un profilo documentato non può ignorare le ombre dell’autore. La Roald Dahl Story Company ha riconosciuto e condannato pubblicamente le dichiarazioni antisemite fatte da Dahl durante la sua vita, scusandosi per il dolore causato. Questo dato non è una nota laterale: obbliga a separare il valore delle opere dalla necessità di leggere l’autore senza santificarlo. Il culto dell’immaginazione non deve diventare culto della persona. Nel caso di Dahl, la precisione critica è parte della fedeltà al vero.

Proprio qui il discorso sulla fiaba nera diventa più adulto. Le storie possono insegnare a diffidare del potere e, nello stesso tempo, nascere da una figura umana contraddittoria, capace di grande invenzione e di idee dannose. Distinguere fatto, testimonianza, leggenda e interpretazione serve anche a questo: il fatto biografico non cancella i libri; la leggenda del genio non assolve l’uomo; l’interpretazione deve reggere entrambe le cose senza semplificare.

Ciò che resta: una porta socchiusa nella letteratura per l’infanzia

La forza di Dahl sta nel non aver trattato i bambini come creature fragili da tenere lontane da ogni spigolo. Li ha immaginati come lettori capaci di riconoscere l’ingiustizia, ridere del grottesco e desiderare una forma di risarcimento. Questa fiducia, anche quando assume toni feroci, spiega la durata dei suoi libri. La paura diventa memorabile perché contiene una promessa: non tutto ciò che domina è invincibile, non tutto ciò che sorride è buono, non tutto ciò che appare piccolo è inerme.

Nel capanno di Great Missenden, la scena finale resta allora meno rassicurante di quanto sembri. Un uomo scrive storie per bambini circondato da oggetti ordinari, e da quegli oggetti escono streghe capaci di sopravvivere alla pagina, maestre che sembrano belve, cioccolaterie con il passo di un tribunale morale. La fiaba nera di Roald Dahl continua a funzionare perché non chiede al lettore di dimenticare la paura. Gli chiede di ricordarla con precisione, come si ricorda una porta chiusa male in fondo al corridoio: non per restare immobili, ma per sapere, quando sarà necessario, da dove potrebbe arrivare il rumore.

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Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.