Horror

Il weekend di sabato

La prima notte la figura era in fondo alla stanza. La seconda notte era al lato del letto. La terza notte Filippo non aprì gli occhi. Sapeva già dove sarebbe stata.

Pubblicato 5 Giugno 2026 20:05 3 minuti di lettura
Il weekend di sabato

La trasferta a Pescara durava tre giorni — martedì, mercoledì, giovedì. Filippo Conti l'aveva fatta una dozzina di volte in tre anni, sempre nello stesso hotel di Via Cesare Battisti, sempre nella stessa camera o quasi, sempre con la stessa sensazione di neutralità asettica che gli ambienti alberghieri producono.

Non aveva mai avuto problemi a dormire in hotel.


La prima notte — martedì — si era svegliato alle 3:17.

O meglio: aveva aperto gli occhi. Il resto del corpo non aveva risposto. Aveva provato a muovere le mani, le braccia, a girare la testa. Niente. Il corpo era fermo con la precisione di qualcosa che era stato messo lì, non di qualcosa che stava dormendo.

Filippo conosceva la paralisi del sonno — ne aveva sentito parlare, aveva letto qualcosa anni prima. Sapeva che passava. Aveva tenuto gli occhi aperti e aveva aspettato.

Nella stanza buia — le tende erano pesanti, l'oscurità era quasi totale — aveva visto la figura.

Era in fondo alla stanza, vicino alla porta del bagno. Alta, indistinta, senza dettagli precisi. Stava ferma. Non si muoveva. Non faceva niente.

Dopo quello che sembrava un minuto — probabilmente meno — Filippo aveva riacquistato il controllo del corpo. Si era seduto sul letto, aveva acceso la lampada. La stanza era vuota.

Aveva attribuito tutto al cambio di ambiente, a un pasto pesante, alla stanchezza del viaggio.


La seconda notte — mercoledì — si era svegliato alle 3:17.

Lo stesso orario. La stessa paralisi. Ma questa volta la figura non era in fondo alla stanza.

Era al lato del letto.

Filippo non riusciva a distinguere i dettagli — la stanza era buia come la notte prima — ma la figura era visibilmente più vicina. Alta, ferma, con qualcosa nel suo atteggiamento che sembrava attesa. Come se stesse aspettando qualcosa da lui.

Quella notte impiegò più tempo a riprendersi. Cinque minuti, forse di più. Quando riuscì ad accendere la lampada, la stanza era vuota come prima.

Rimase sveglio fino alle sei.

Durante il giorno cercò di ricordare se aveva mangiato o bevuto qualcosa di insolito. Non trovò niente di diverso.

Pensò di chiamare il medico. Rimandò.

Non chiamò la moglie per non preoccuparla.


La terza notte — giovedì — si coricò con la luce del bagno accesa e la porta aperta.

Si svegliò alle 3:17.

Non aprì gli occhi.

Sapeva già dove sarebbe stata la figura. Vicino al letto come la notte prima, forse più vicina. Se apriva gli occhi l'avrebbe vista. Se la vedeva, la notte si sarebbe allungata.

Rimase con gli occhi chiusi e aspettò che la paralisi passasse.

Passò dopo quello che sembravano dieci minuti. Aprì gli occhi. Accese immediatamente la lampada.

La stanza era vuota.

Sul cuscino accanto al suo — il lato del letto che non aveva usato, il cuscino che non aveva toccato — c'era un'impronta. Non della testa. Di una mano. Di qualcuno che si era appoggiato sul cuscino inclinandosi verso di lui.

Filippo rimase fermo a guardare quell'impronta per un tempo che non seppe misurare.

Poi prese il telefono e scrisse a sua moglie: Sto bene. Torno domani. Ti voglio bene.

Lei rispose dopo un momento: Lo so. Buonanotte.

Filippo rimase sveglio con la luce accesa fino all'alba.

Non tornò a quell'hotel.

Ma a volte, a casa, nel letto che conosce da anni, si sveglia alle 3:17 e sente che l'aria accanto a lui è più fredda di come dovrebbe essere.

Non apre gli occhi.

Spera che sia ancora solo un abitudine.

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VI

Vincenzo P.

Autore e curatore di Residuoscuro, è appassionato fin da bambino di cinema horror, misteri e leggende urbane. Esplora storie inquietanti e fenomeni insoliti con curiosità e attenzione per il confine tra realtà e immaginazione.